di Federica Cravero
La Repubblica, 29 dicembre 2022
Al “Lorusso e Cutugno” gli under 25 sono il 10%: membri di bande fluide o maggiorenni da poco giunti qui da soli. Uno su due è di Barriera. Prima di essere un dato statistico, l’aumento dei detenuti giovani nel carcere di Torino è stata una sensazione. “Una visita dopo l’altra, un colloquio dopo l’altro, ne trovavamo sempre di più. È iniziato più o meno un anno fa e non era mai accaduto prima”, racconta la Garante dei detenuti Monica Cristina Gallo per spiegare la genesi dello studio “Giovani dentro e fuori” che, primo in Italia, ha voluto approfondire il caso dei detenuti tra i 18 e i 25 anni.
“Volevamo capire il fenomeno di cui eravamo testimoni: chi sono questi giovani adulti, perché sono detenuti, che storie hanno alle spalle? Sicuramente la pandemia ha giocato un ruolo e abbiamo anche notato un preoccupante aumento nell’uso di psicofarmaci. Ma finora nessuno aveva acceso un faro sulla condizione di questi ragazzi”, spiega Gallo, che ha realizzato la ricerca con Cecilia Blengino, sociologa coordinatrice della Clinica legale Carcere e diritti I dell’Università di Torino.
La percezione era corretta. L’aumento di questa fascia della popolazione carceraria è un fenomeno nazionale, ma al Lorusso e Cutugno è più evidente: i giovani detenuti sono il 9,8%, contro il 6,7% di Poggioreale, il 5,3% di Rebibbia e il 4,4% di Santa Maria Capua Vetere.
A Torino il 74,5% dei giovani detenuti è straniero, di questi l’88,3% non ha un permesso di soggiorno e il 54% è arrivato in Italia come minore non accompagnato. E c’è un numero che impressiona più di altri: il 43,14% prima di entrare in carcere viveva a Barriera di Milano. Tra loro ci sono i componenti delle cosiddette bande fluide ma anche i minori arrivati in Italia con migrazioni da incubo. “Non siamo noi a decidere chi va in carcere - rileva la Garante - ma questa situazione impone che venga sfruttato al meglio il periodo della detenzione, alfabetizzando chi non è mai andato a scuola e sfruttando chi ha delle proprie capacità”.
Al momento dell’arresto il 30,2% dei giovani detenuti viveva con la famiglia di origine e l’8,7% era senza fissa dimora. Il 53,7% degli intervistati ha la licenza media e il 49% aveva un lavoro. Il 70,5% non era mai stato preso in carico dai servizi sociali. Il 53,7% non ha precedenti penali ed è alla prima carcerazione per spaccio (28,9%), rapina (28,2%) e furto (12,8%).
La ricerca (dedicata alla memoria di Alessandro Gaffoglio, che ad agosto si è suicidato in cella a 24 anni) è stata condotta tra gennaio e maggio di quest’anno su 149 ragazzi (di cui 5 donne) con un programma basato sulla social analysis del reparto di Investigazioni tecnologiche della polizia municipale, che da tempo lavora sulle devianze giovanili. Alle interviste hanno lavorato gli studenti della Clinica in collaborazione con Lisa Massaferro e Carolina Di Luciano dell’Ufficio Garante.
L’ordinamento penitenziario prevede che i giovani al di sotto dei 25 anni siano separati dai detenuti più vecchi, tenendo conto che sono ancora in una fase di maturazione, ma le cautele previste, nei fatti, non esistono. Il 53,7% non fa alcun tipo di colloquio con familiari o amici, ma il 45% non ha incontri nemmeno con figure di supporto dentro il carcere. Solo il 21,5% studia dietro le sbarre e appena il 16,8% lavora.
“I dati meritano attenzione - spiega Cosima Buccoliero, direttrice della casa circondariale di Torino - Il carcere anticipa i fenomeni sociali e questo dato è un campanello d’allarme, un effetto di ciò che accade nelle nostre strade. L’indagine può aiutare gli amministratori locali a mettere in atto delle politiche di prevenzione e di sostegno per i giovani e per le loro famiglie”.
Gianna Pentenero, assessora con delega alla Polizia municipale e al carcere, conclude: “Questa ricerca è uno strumento utile per capire un fenomeno significativo e preoccupante. Finora non avevamo numeri da cui partire e un quadro chiaro della situazione. Negli anni sono stati fatti molti investimenti sui giovani e su Barriera di Milano e dobbiamo capire quali hanno funzionato e quali no, per capire quale strada prendere. E soprattutto dobbiamo attivare politiche che non siano a macchia di leopardo ma siano legate tra di loro da un filo conduttore”.










