di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 25 settembre 2025
Pene fino a 6 anni e mezzo. A sette poliziotti contestato il reato di tortura. “Stiamo parlando di violenze commesse da persone che indossano la divisa, persone che rappresentano lo Stato e agiscono contro detenuti che stanno scontando la loro pena. Se un agente dà uno schiaffo a un detenuto, è lo Stato che gli sta dando uno schiaffo. Il fatto che in Italia avvengano episodi di questo tipo ci dice che nel nostro Paese abbiamo un problema con i diritti umani. Il modo in cui lo Stato tratta le persone private della libertà è indice di civiltà”.
È la riflessione che il pm Francesco Pelosi offre ai giudici della terza sezione del Tribunale di Torino poco prima di chiedere la condanna per 14 agenti della polizia penitenziaria accusati - a vario titolo - di tortura, violenza privata, abuso di potere e favoreggiamento. Il processo è quello che racconta le presunte violenze e umiliazioni subite, tra il 2017 e il 2019, da alcuni detenuti rinchiusi nel blocco C del carcere Lorusso e Cutugno, quello dedicato ai sex offender. “Un luogo dove si perdeva la dignità”, ha spiegato il pm.
Delle quattordici condanne chieste dalla Procura la più alta è a sei anni e sei mesi di reclusione, la più bassa a un anno. Pene che tengono conto dei reati contestati - solo a sette agenti è rimproverato quello di tortura - e anche del ruolo che ciascuno ha avuto nei pestaggi e nelle vessazioni riservati ai reclusi. Il magistrato ricostruisce gli episodi e le responsabilità che - al termine del dibattimento - secondo lui sono state provate. E allora eccolo raccontare la storia di un uomo accompagnato in una stanzetta, colpito a calci e pugni e minacciato: “Ti renderemo la vita molto dura, te la faremo pagare”. O quella di un altro detenuto preso a pedate nel sedere e al quale è stato detto: “Ti ammazzerei e invece ti devo tutelare”. E ancora, di un altro recluso che mentre veniva colpito a pugni sulla schiena da alcuni agenti ne sentiva altri ridere divertiti. Episodi che, inanellati uno dopo l’altro, disegnano il clima di vessazione e timore che serpeggiava tra i corridoi del penitenziario torinese, dove i detenuti appena giunti nel padiglione erano costretti a sottostare al “battesimo”.
“Le botte avvenivano in punti in cui non c’erano telecamere - ha spiegato il pm -, gli agenti usavano i guanti e qualcuno la cinghia. I detenuti avevano paura e sono rimasti in silenzio perché minacciati. Alcuni pestaggi emergono dalle intercettazioni e non dalle denunce”. Come quello, non contestato, che ha avuto per protagonista un uomo straniero accompagnato in una stanza e malmenato, colpito alla pancia benché avesse subito un intervento chirurgico: “Pezzo di m… devi morire qui”.
Una storia che la vittima non ha potuto raccontare. “Questo detenuto quando è uscito dal carcere è andato in Puglia. E a volte se uno nasce sfortunato, la sfortuna si accanisce: è morto in un campo mentre lavorava come bracciante. Questa è la bella immagine del nostro Paese. Nessuno ha fatto nulla per lui”, chiosa il pm. Che sottolinea che “ciò che avveniva nel padiglione C era evidente. Chi nega che ci siano state violenze, mente e basta. Le vittime hanno raccontato senza acredine e rivalsa che in quel padiglione si perdeva la dignità”. Infine, il pm sottolinea: “Questo non è un processo alla polizia penitenziaria, è un processo a persone che indossano quella divisa e che l’hanno infangata”.










