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di Martina Tartaglino

La Repubblica, 25 settembre 2022

Intervista a Cosima Buccoliero. Il carcere di Torino sta provando a cambiare, ma il problema del sovraffollamento va affrontato, dice la direttrice del Lorusso e Cutugno da gennaio, Cosima Buccoliero. La direttrice, che sarà tra le ospiti della terza edizione di “Contemporanea. Parole e storie di donne” a Biella, parlerà domenica mattina della sua esperienza umana e professionale raccontata nel libro “Senza sbarre. Storia di un carcere aperto” (Einaudi).

Lei è arrivata a Torino in un momento non semplice, in un carcere considerato da molti di difficile gestione...

“Però Torino ha una grande tradizione di partecipazione della comunità e di grande apertura all’esterno. Quando sono arrivata a Milano nel 2000, l’istituto di Torino era considerato un faro perché aveva una serie di iniziative estremamente particolari che hanno prodotto molti risultati: il polo universitario, la comunità per tossicodipendenti, il progetto rugby, l’articolazione di salute mentale per i detenuti psichiatrici. È vero, negli ultimi tempi la struttura ha subìto delle grandi battute d’arresto, ma è stata dipinta peggio di quello che è. Ci stiamo rimboccando le maniche per controbattere alla narrazione che vuole il carcere di Torino come uno dei peggiori d’Italia: non lo è, assolutamente”.

A oggi la popolazione carceraria si aggira sempre intorno alle 1.400 unità a fronte di una capienza di 1.098 posti?

“Sì e questi sono i veri problemi, quelli che non sono mai stati risolti: il sovraffollamento e il numero troppo elevato di “circuiti”. La tipologia di utenza è estremamente eterogenea e c’è la compresenza di detenuti comuni insieme a quelli “alta sicurezza”, ai collaboratori, a quelli dell’articolazione di salute mentale. Ciò comporta un appesantimento della struttura organizzativa”.

Un anno fa una detenuta ha partorito sua figlia tra le mura della Casa circondariale di Rebibbia. Non si può evitare che un neonato nasca in carcere, nel 2022?

“Purtroppo alla questione non si dà l’attenzione che merita perché si tratta di numeri piccoli: a nessuno interessa del carcere, figuriamoci di una percentuale così esigua di donne che vive questo dramma”.

Secondo lei il carcere deve tornare in centro?

“La cosa migliore sarebbe che anche strutturalmente, fosse al centro della città e che tutti avessimo ben chiara la sua presenza. Come per San Vittore o com’erano le Nuove. Ormai la maggior parte degli istituti si trova fuori; sarebbe bene però che anche i programmi amministrativi tenessero conto del fatto che si tratta di quartieri della città. Oltre ai 1.400 detenuti, a Torino gravitano intorno al carcere, 800 unità di personale di polizia penitenziaria e 100 dipendenti del comparto funzioni centrali. Con tutto l’indotto si arriva intorno alle tremila persone: un piccolo comune. Non è possibile che che la città lo ignori. Si dovrebbero organizzare servizi adeguati, per esempio di mobilità e non solo. Parliamoci chiaro: nessuno di noi vuole avere a che fare col carcere. Tutti lo disprezziamo, pensiamo sia un posto dove stanno le persone che hanno sbagliato, che lo meritano, che più ci stanno meglio è”.

Quando ha capito di volerci avere a che fare?

“Abbastanza presto. Non c’è voluto molto perché mi rendessi conto che il diritto era una materia un po’ arida, ma era possibile coniugarlo con i diritti della persona e poter svolgere un ruolo di alto valore sociale”.

Una direttrice è percepita meno capace di un direttore?

“No. Sicuramente il carcere è un luogo declinato al maschile, con un numero molto alto di uomini che guardano le cose dal loro punto di vista. Non mi sono mai sentita meno o meno considerata perché donna”.

Ha un pensiero ricorrente?

“Incontrare i detenuti: mi sembra di non farlo mai abbastanza. Ricevo tante richieste di colloquio, quello di riuscire a soddisfarle tutte è il mio pensiero fisso, ma anche il più frustrante perché è difficile”.