di Federica Cravero
La Repubblica, 22 marzo 2022
Il pm chiede il giudizio per 22 imputati. Tre indagati scelgono l’abbreviato: tra loro l’ex direttore Minervini. “Nel carcere di Torino c’era un clima di omertà simile a quello che si trova in un contesto criminale”.
È uno dei punti su cui ha insistito il pm Francesco Pelosi alla riapertura dell’udienza preliminare per le presunte violenze e torture dentro il carcere Lorusso e Cutugno, per cui sono alla sbarra 25 imputati, tra cui l’ex direttore Domenico Minervini e l’ex comandante della Penitenziaria Giovanni Battista Alberotanza, accusati di aver ignorato le segnalazioni di violenze, fisiche e psicologiche commesse dal 2017 al 2019 da parte di agenti nei confronti dei detenuti.
Vittime erano in particolare i cosiddetti sex offender, accusati di violenze sessuali e reati di pedopornografia, che erano reclusi nel padiglione C per essere isolati e protetti dagli altri detenuti e che invece sono stati presi di mira da chi li avrebbe dovuti tutelare.
“Tranne un paio di agenti - ha continuato il magistrato nella sua discussione - tutti gli altri imputati hanno detto di non aver mai visto né sentito di violenze ai danni dei detenuti, nonostante le indagini avessero dimostrato un quadro diverso ed è quindi evidente che mentano su questo punto. E anche coloro che hanno rotto il silenzio e hanno ammesso di essere a conoscenza dei fatti, hanno detto di avere paura”.
Tre degli imputati - Minervini, Alberotanza e un agente - hanno scelto il rito abbreviato e per loro il processo continuerà nell’udienza del 31 maggio. Gli altri invece attenderanno la decisione del gup Maria Francesca Abenavoli, che dovrà valutare il loro rinvio a giudizio. Parte della discussione è stata dedicata alla qualificazione giuridica del reato di tortura commessa da un pubblico ufficiale. L’inchiesta di Torino infatti è stata una delle prime in Italia in cui veniva contestato questo reato, introdotto pochi anni fa dopo il rimprovero della Corte europea dei diritti umani.
“È particolarmente grave - ha detto in aula Pelosi - quando la violenza viene dallo Stato. È una questione di rapporti di forza squilibrati nei confronti di chi è privato della libertà, non si può difendere e dovrebbe essere tutelato da parte di chi indossa una divisa”.
L’applicazione del reato di tortura ai fatti del Lorusso e Cutugno ha avuto in verità un andamento altalenante. Nella fase delle indagini, infatti, alcune misure erano state revocate dal tribunale del riesame, che aveva sostenuto che per contestare il 613 bis del codice penale si dovessero riconoscere più condotte in momenti temporali diversi. La Cassazione in quel momento non si era ancora pronunciata perché non aveva ancora avuto occasione di imbattersi nella nuova materia.
E quando i giudici della Suprema corte hanno dovuto esprimersi sulla materia, hanno detto in modo chiaro che sono sufficienti plurime condotte anche in un unico periodo cronologico. Sulla scia della nuova giurisprudenza, il pm Pelosi ha sostenuto in aula la tesi della tortura anche per le tre posizioni per cui durante la fase delle indagini era stata annullata la contestazione.










