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di Rosita Rijtano

lavialibera.it, 16 giugno 2022

Affrontare la detenzione con il sostegno di ansiolitici è “ormai consuetudine”, ma “si tratta di un fenomeno molto preoccupante”, dice Monica Gallo. “Troppo uso e abuso di psicofarmaci tra i ragazzi che si trovano nel carcere minorile Ferrante Aporti”. È quanto denunciato da Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Torino, durante un’audizione della Commissione legalità del capoluogo piemontese, in cui si è fatto il punto sulla condizione degli istituti penitenziari in città.

“I giovani rappresentano il 14 per cento della popolazione detenuta nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, una percentuale mai registrata negli ultimi anni. Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio sempre, ma quando parliamo di ragazzi ancora di più”. Un “clima positivo” lo registra nel penitenziario Lorusso-Cutugno, che nei mesi scorsi ha cambiato direzione dopo lo scandalo che ne ha travolto i vertici, accusati di aver coperto gli abusi commessi da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Il carcere di Torino rimane però “il più complesso d’Italia”. Colpisce un dato: nel 2021 il Servizio delle dipendenze dell’Azienda sanitaria locale di Torino ha preso in carico oltre 900 detenuti tossicodipendenti.

Sulle presunte violenze nei confronti di alcuni reclusi, la garante dice: “Ho fatto ciò che sono stata chiamata a fare, cioè garantire i diritti delle persone private della libertà. Certo, mi stupisce che il tribunale abbia deciso di far iniziare il processo nel 2023”. Nel frattempo, gli agenti coinvolti nell’inchiesta continuano a lavorare nello stesso istituto, come denunciato da lavialibera.

Gallo, in audizione ha fatto presente che i giovani nel carcere minorile Ferrante Aporti assumono terapie farmacologiche molto pesanti. Come mai vengono prescritte?

Ci hanno segnalato che la somministrazione di psicofarmaci, soprattutto ansiolitici, per rendere sostenibile la detenzione è ormai consuetudine. Un fenomeno molto preoccupante, in particolare modo per i più giovani. Molti ragazzi che entrano in carcere abusano già di psicofarmaci all’esterno, spesso associati all’uso di sostanze stupefacenti. Altri escono con una pesante terapia impostata dentro. Una condizione che vale per i ragazzi detenuti sia nell’istituto minorile sia in quello per adulti.

Crede che queste terapie siano necessarie?

A mio avviso è necessario lavorare su più fronti per contenere il problema. Fuori dal carcere, con azioni mirate dirette alla prevenzione e all’informazione in merito all’uso di psicofarmaci. Dentro il carcere, cercando di non indurre una dipendenza o, se già esiste, di ridurla.

Di contro, le attività educative destinate a ragazzi e ragazze sono sufficienti?

Il Ferrante Aporti è un istituto attento alle esigenze dei giovani ma, come spesso ha sostenuto la stessa direzione, negli anni la popolazione reclusa è cambiata. Oggi ci sono molti minori non accompagnati che hanno dei passati tormentati, esigenze complesse e una rabbia sociale difficile da gestire. Su di loro si è investito poco in termini di inclusione. In ambito educativo, sono necessarie più professionalità preparate a impostare un trattamento che tenga conto del passato e del contesto di provenienza di questi giovani. Non solo. In estate, così come nei fine settimana, le attività si impoveriscono. Un aumento di progetti artistici, culturali, sportivi e formativi permetterebbe di colmare quel tempo vuoto che causa sofferenza. Negli ultimi mesi l’ufficio del garante ha aumentato le visite in istituto per verificare alcune criticità che i giovani ci hanno raccontato, come il tempo all’aria, le attività, e la qualità del cibo.

Tre studenti che lo scorso 18 febbraio hanno partecipato a un corteo di protesta realizzato a Torino contro l’alternanza scuola-lavoro sono stati arrestati in seguito a degli scontri con la polizia. Uno di loro è ancora in carcere, gli altri due sono ai domiciliari. Crede che le misure siano adeguate?

Parto da un dato: i giovani rappresentano il 14 per cento della popolazione detenuta nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, una percentuale mai registrata negli ultimi anni. Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio sempre, ma quando parliamo di ragazzi ancora di più. La detenzione crea una frattura importante, soprattutto se si entra in un istituto complesso come la casa circondariale di Torino. Inoltre, la carcerazione di giovani incensurati, come nel caso in questione, risulta inadeguata sotto più profili. Un’alternativa sono i braccialetti elettronici: purtroppo la loro disponibilità è di molto inferiore alla richiesta.

Ha definito il carcere di Torino il più complesso d’Italia. Perché?

La definizione non è mia, ma del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Le ragioni sono molte, come la presenza di tanti circuiti diversissimi tra loro: dai sex offender all’alta sicurezza passando per le donne madri, manca solo il 41 bis. Ogni sezione ha delle sue particolarità e andrebbe gestita a sé. Inoltre, il Lorusso-Cutugno è una casa circondariale dove dovrebbero essere recluse le persone in attesa di giudizio o condannate con pene inferiori ai cinque anni, ma c’è un’alta percentuale di condannati con sentenza definitiva a pene lunghe. La percentuale di coloro che sono impegnati in attività lavorative resta molto bassa. La mancanza di un impiego è la condizione più sofferta dai detenuti. Una delle nostre proposte prevede con urgenza la creazione di uno sportello dimettendi, cioè un luogo fisico all’interno del carcere a cui può rivolgersi chi è al fine della pena: al suo interno ci saranno operatori, anche del Comune di Torino, con cui programmare il rientro in società.

Al momento la direzione dell’istituto è affidata a una sola persona. Pensa sia sostenibile?

Non è un carcere che può essere gestito da una sola persona.

La maggior parte dei presunti abusi, da lei segnalati e ora al centro di un’inchiesta, si sono verificati nel padiglione C, destinato anche agli autori di reati sessuali. È una sezione molto complessa?

Alle persone detenute in questo specifico circuito sono dedicati diversi progetti ad hoc. Negli anni passati abbiamo realizzato un progetto di valore con il museo Egizio che speriamo riprenda, ma di certo si tratta di un circuito ancora molto chiuso. In generale però il clima sta cambiando. Anche se molto lentamente si sta tornando a respirare un’aria più distesa per la ripresa di una normalità, che pur essendo ridotta all’interno delle carceri, è fatta di attività e relazioni che danno speranza.

Infine, lei ha segnalato anche un aumento dei Tso in città. Crede che la pandemia abbia inciso sulla salute mentale dentro e fuori dalle carceri?

La chiusura, la solitudine, la paura e la lontananza dagli affetti hanno creato condizioni di forte disagio per tutti, per i detenuti di più. Durante tutto il periodo pandemico le attività educative e di trattamento si sono interrotte. Le attività rieducative e trattamentali hanno subito un ritardo e una riduzione sostanziale, che si riscontra ancora oggi. Le persone detenute hanno vissuto in alcuni casi un doppio isolamento, che non ha fatto bene.