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di Massimo Massenzio

Corriere di Torino, 30 ottobre 2022

“A Torino si arresta tanto, la Casa circondariale è sovraffollata e il personale è in grande difficoltà”. Monica Cristina Gallo, garante delle persone private della libertà, lo ripete da tempo e, dopo il terzo suicidio dall’inizio dell’anno, invoca un intervento ministeriale che “spinga” verso un massiccio ricorso a misure alternative alla detenzione. “Penso che nella situazione drammatica in cui si trova il Lo Russo e Cutugno ci sia una grossa responsabilità dell’amministrazione penitenziaria nazionale che lascia direttori, agenti e funzionari giuridico-pedagogici a operare in condizioni di assoluta emergenza - continua Gallo -. Il sistema così com’è non funziona e i risultati sono ben visibili anche dai dati degli ingressi”.

Su richiesta del personale penitenziario è stata effettuata un’analisi mirata su un periodo di 90 giorni (dal 1 marzo al 31 maggio del 2022). I dati sono stati elaborati per offrire un quadro preciso della tendenza ed è emerso che in tre mesi sono entrati in cella 144 detenuti, di cui solo 33 sono stati successivamente sottoposti a misura detentiva, mentre 4 sono stati liberati e 107 scarcerati nelle 48 ore successive all’ingresso. “I numeri parlano chiaro ma è anche necessario mettere in evidenza che ogni arresto prevede un iter complesso. Dall’immatricolazione al tampone, passando per perquisizione, fornitura materiali e rilievo impronte digitali. Operazioni che comportano un grosso carico di lavoro e un costo di 350 euro a persona solo per le prime due giornate. In questo modo il carcere sostituisce le camere di sicurezza, che andrebbero usate di più, visto che la stragrande maggioranza degli arrestati torna in libertà al massimo dopo due giorni”.

Ogni volta che la garante entra in carcere per un colloquio si immerge in storie di disperazione, povertà e mancanza di legami: “Quello che si vive in carcere è lo specchio di una situazione drammatica che c’è anche fuori. È un fenomeno sociale che non si può ignorare e va studiato a fondo. Ma purtroppo cambiano i ministri e il disagio continua a crescere di pari passo agli arresti. A questo punto si decida di trasformare la casa circondariale in casa di reclusione e si investa almeno sui peer supporter, detenuti che possano instradare i nuovi giunti guidandoli nella vita carceraria. Spesso mi capita di incontrare persone, soprattutto straniere, ormai vicine al fine pena che non hanno mai presentato richiesta di misure alternative perché non conoscevano l’esistenza di questa possibilità”.

Il problema del carcere è anche l’interruzione del legame con il mondo esterno, spesso già molto fragile: “L’ingresso è un momento molto delicato”, conferma la direttrice Cosima Buccoliero. Arrivata a Torino in un periodo particolarmente difficile per il Lo Russo Cutugno, che ospita 1400 detenuti a fronte di una capienza di 1098 posti: “Si cerca di offrire il massimo supporto psicologico ai nuovi arrivati, ma quell’uomo che si è tolto la vita non aveva dato alcun segnale di disagio. Si tratta di una tragedia che ha duramente colpito tutto il personale che opera in questa struttura”.