di Mauro Gentile
La Voce e il Tempo, 24 novembre 2024
Opera Barolo: ciclo di incontri sui temi della detenzione. Esistono un “mondo fuori” e un “mondo dentro”. Il primo è quello dove la stragrande parte delle persone trascorre la propria giornata tra lavoro, scuola, momenti di svago e mille altre attività di vita quotidiana. Il secondo, quello “dentro”, è chiuso dietro le sbarre, spesso in edifici di cemento ai margini delle periferie urbane: è quel microcosmo le persone che hanno commesso reati, e per questo sono state giudicate, punite e recluse per mesi o anni. Due mondi, da una parte quello “fuori”, ogni giorno sotto gli occhi di tutti e che in modo più o meno corretto, può essere raccontato.
Mentre quello “dentro” è ignoto ai più e molto spesso appare impenetrabile, difficile da narrare se non per i fatti più eclatanti, che descrivono una visione parziale e non sempre corretta della vita dietro le sbarre, nonostante l’attenzione e la serietà richiesta a chi per mestiere è chiamato a scrivere di quella realtà, regolamentata dalla Carta di Milano, un protocollo deontologico per giornalisti che trattano notizie su carceri, detenuti ed ex detenuti.
E proprio al tema “Raccontare il carcere: tra diritto di cronaca e diritti delle persone private della libertà”, è stato dedicato il quinto appuntamento del ciclo di conferenze sul carcere organizzato dall’Opera Barolo, in collaborazione con il settimanale diocesano La Voce e Il Tempo e l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, nell’ambito delle iniziative per il 160° anniversario della morte della ven. marchesa Giulia Falletti di Barolo. Qualche mese fa, un gruppo di giovani detenuti del carcere torinese “Lorusso e Cutugno”, partecipando a un progetto chiamato “Lettere dal carcere”, aveva scritto una missiva aperta in cui - come ha spiegato la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Monica Cristina Gallo, intervenuta all’incontro insieme al garante regionale Bruno Mellano - tra i temi trattati hanno affrontato quello delle conseguenze legate all’identificazione delle persone coinvolte in fatti di cronaca giudiziaria.
“Spesso” hanno scritto i giovani reclusi “sui media viene riportato il nome e il cognome dei soggetti coinvolti nel fatto raccontato. Un aspetto ci pare di particolare gravità, cioè il mettere alla gogna, sulla pubblica piazza, una persona indicandone tutte le generalità”. Secondo gli autori della lettera, ciò è grave e non senza conseguenze perché “i cittadini che commettono un reato e che scontano una pena, ancor più se giovani, hanno il diritto di potersi ricostruire una vita nella legalità, possibilità che viene loro di fatto negata dalla pubblicazione dei nomi e dei cognomi, che amplificano lo stigma della detenzione e rendono difficilissimo il reperimento di un lavoro. Chi assumerebbe un delinquente apparso su tutti i giornali?
Dai ragazzi, nella lettera, una triste considerazione unita a un auspicio. La conseguenza è una forma di espulsione sociale “che inizia con l’articolo di giornale e prosegue col tempo vuoto dalla branda al carrello” (ovvero, con la mancata applicazione delle misure alternative alla detenzione); l’auspicio coincide invece con la speranza che le loro parole “possano davvero entrare a far parte del dibattito pubblico, perché rappresentano la testimonianza attiva di una partecipazione che batte l’indifferenza e produce cambiamento”. Una percezione diversa di quel “mondo dentro” che può essere favorita approfondendone la conoscenza attraverso l’impegno di scuole e atenei, come ricordato da Claudio Sarzotti, docente di Sociologia del Diritto all’Università di Torino e direttore della rivista Antigone, che ha invitato a partecipare all’incontro i giovani del suo corso, e da Tommaso De Luca, presidente dell’Associazione delle Scuole autonome del Piemonte. O quella diretta attraverso l’incontro con chi vive o a vissuto quella realtà, come nel caso dell’iniziativa curata da Valentina Albertella, oggi insegnante alla Scuola Europea A.
Spinelli, che lo scorso anno con i suoi studenti della Sacra Famiglia aveva organizzato un faccia a faccia con una persona che aveva vissuto l’esperienza del carcere e le sue conseguenze, anche una volta scontata la pena e tornata in libertà. Ma c’è anche un modo diverso di scrivere di carcere al di là della cronaca nera, come ha spiegato Marina Lomunno, caporedattore de “La Voce e il Tempo”, il settimanale della diocesi che, grazie alla generosità di 50 abbonati entra ogni settimana nelle sezioni del carcere torinese ed è letto dai detenuti, e dedica ogni 15 giorni una rubrica “La Voce dentro” alle tematiche carcerarie dando spazio anche alle “buone notizie” e a storie di reinserimento. Dobbiamo “rinunciare alla durezza del giudizio inappellabile, purtroppo diffuso nella società, nei confronti di chi sbagliato e sta pagando per il proprio errore” ha scritto l’Arcivescovo mons. Roberto Repole, presidente dell’Opera Barolo, in un messaggio indirizzato ai giornalisti, agli studenti della facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo torinese e ai numerosi presenti all’incontro. “Bisogna rispettare il corso della Giustizia, ma soprattutto combattere perché i detenuti siano riconosciuti nella loro dignità e siano amati come uomini e donne.
Nostro compito è aiutare ogni uomo e ogni donna a risollevarsi dalla propria condizione di fatica, anche quando ha commesso gravi errori. Questa, in ultima istanza, è la civiltà. E questo è il comandamento di Gesù”. Con questo l’incontro si è chiuso, per quest’anno, il ciclo di conferenze sul carcere organizzato dall’Opera Barolo con “La Voce e Il Tempo”.
“Un anno fa” ha ricordato mons. Repole “quando lanciammo l’iniziativa speravamo di aiutare Torino ad accendere i riflettori sulle condizioni delle carceri, sulla vita dei detenuti e sull’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto a questo mondo di sofferenza, a tratti drammatica. Mi sembra che stia accadendo quello che desideravamo: a piccoli passi (e naturalmente non solo grazie a noi) l’attenzione sul carcere sta crescendo”.










