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di Sarah Martinenghi

La Repubblica, 12 luglio 2022

Ammanettato con la forza e buttato sulla barella a faccia in giù, è morto asfissiato in ambulanza. Condannati sia in primo grado sia in appello tre vigili e lo psichiatra.

Arriva al suo epilogo il processo per la morte di Andrea Soldi, il “gigante buono” ucciso da un tso troppo violento, da una morsa al collo che gli tolse il fiato per costringerlo con la forza a salire sull’autoambulanza. Ammanettato e buttato sulla barella a faccia in giù, asfissiato da una procedura errata a cui nessuno, quel giorno, destò attenzione, nonostante il suo volto diventasse sempre più blu.

Domani la Cassazione sarà chiamata a esprimersi, a distanza di sette anni da quella morte che scosse le coscienze di tutti, sulle condanne pronunciate nei confronti di tre vigili urbani del nucleo “servizi mirati” e dello psichiatra che avevano eseguito il trattamento sanitario. Tutti e quattro sono stati condannati, sia in primo grado che in appello, a un anno e sei mesi di carcere. Maria Cristina Soldi, la sorella di Andrea, sarà a Roma, a chiedere giustizia, ancora una volta, “perché non accada mai più”, il mantra che ripete e che l’ha portata anche a impegnarsi in politica. Era il 5 agosto 2015 e Andrea Soldi, 45 anni, il gigante buono, era seduto sulla panchina di tutti i giorni, nei giardinetti di piazza Umbria, a pochi passi da casa. Un gigante buono per la corporatura imponente che si accompagnava a una spiccata sensibilità.

Affetto da schizofrenia paranoide, non prendeva più medicine. Diceva che il farmaco lo faceva ingrassare e gli era stato anche cambiato lo psichiatra, peggiorando così il suo rapporto con ciò di cui aveva bisogno. Era stato il suo papà, quel giorno, a chiamare il medico, preoccupato per l’assenza di cure. I tre vigili intervenuti per il Tso avevano usato la forza. Lo psichiatra gli aveva parlato troppo poco, lui non era intenzionato a lasciare quella panchina che considerava un porto sicuro. Uno si era messo alle sue spalle e gli aveva stretto il collo con una mossa da arti marziali, mentre gli altri due gli bloccavano le braccia.

Andrea aveva subito perso coscienza. Lo avevano buttato a terra e ammanettato dietro alla schiena e poi, in quella posizione, coricato a faccia in giù su una barella. Quando era arrivato in ospedale le sue condizioni erano così critiche che il cuore aveva smesso di battere. Nessuno l’aveva capito, durante il tso e il trasporto al Maria Vittoria, nonostante l’evidenza della sua sofferenza. Oggi la panchina rossa di Andrea è diventata un simbolo. Una targa ricorderà per sempre cosa è successo. L’ha messa il Comune e sopra vi ha inciso un monito rivolto soprattutto a se stesso: “Che non accada mai più”.