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di Irene Famà

La Stampa, 10 agosto 2022

Dopo l’inagibilità della “sezione filtro” definita disumana da Cartabia, un tavolo in procura per individuare gli spazi adatti a recuperare la droga. “In assenza di riscontri non ci sono elementi sufficienti per dimostrare che l’indagato abbia effettivamente ingoiato dello stupefacente”.

Ecco. La questione di come gestire gli arresti dei militari della droga dopo la chiusura della controversa sezione filtro del carcere di Torino è tutta qui. Nell’ordinanza di scarcerazione di un ventisettenne nigeriano arrestato dai carabinieri negli scorsi giorni. I militari lo fermano in piazza Carducci, lo vedono ingoiare degli ovuli di droga. Dimostrarlo, però, è impossibile e in mancanza di prove il giudice Marco Picco ne dispone “immediata liberazione”.

Perché? La sezione filtro del carcere Lorusso e Cutugno, quella riservata a chi ingoia ovuli per trasportarli e passare i controlli senza problemi, è chiusa da giugno: il macchinario per individuare e recuperare lo stupefacente si è inceppato. La manutenzione è complessa, in Italia non c’è nessuno che sia in grado di effettuarla. E il costo per sostituirla, sembra essere esorbitante.

Aspetti tecnici ed economici. E aspetti umani. Perché la sezione filtro di umano non aveva nulla, tra sporcizia, spazi angusti, odori sgradevoli. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, al termine della sua visita in carcere lo scorso marzo, l’aveva detto chiaro: “È un posto inguardabile per la disumanità, sia per le condizioni in cui deve operare la polizia penitenziaria, sia per le condizioni dei detenuti”. E quel macchinario che si è inceppato è stata l’occasione per chiudere la “sezione della vergogna”.

Il problema di come trattare chi trasporta gli ovuli però resta. Da un lato c’è la tutela della salute degli indagati, dall’altro c’è la legge: senza prove l’arresto è destinato ad essere revocato. La procura sta portando avanti in questi giorni un tavolo di confronto tra forze dell’ordine, carcere, ospedali, dirigenti dell’asl competente per trovare una soluzione. Tra le ipotesi c’è quella di adibire alla raccolta degli ovuli alcuni spazi del repartino delle Molinette. Che però dovrà essere attrezzata ad hoc.

La direttrice del carcere Cosima Buccoliero commenta: “Bisogna definire la procedura per stabilire chi e come recuperare lo stupefacente. Gli ospedali - aggiunge - sarebbero gli spazi più idonei”. A Milano, ad esempio, funziona così. Il macchinario all’aeroporto di Malpensa è utilizzato per i cosiddetti body packers, chi ingoia grandi quantità di droga per trasportarle da una parte all’altra del mondo. I body stuffing, ovvero chi ingerisce ovuli durante un controllo, vengono portati in ospedale.

La questione è annosa. Nel 2019, a Torino, un parere dell’Asl spiega perché i body stuffing non hanno necessità di ricovero urgente. Ma dopo la chiusura della sezione filtro, si cercano soluzioni. “Bisogna stabilire la procedura - ribadisce Buccoliero - Se affidarsi nuovamente al macchinario oppure percorrere altre vie”.

Una cosa, però la direttrice del penitenziario, la esclude con fermezza: “Non è possibile riaprire la sezione filtro in carcere. Non è il luogo adatto”. In tanti l’avevano denunciato e tornano a ribadirlo: “La sezione della vergogna non dovrà riaprire. Si trovino altre soluzioni”.