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di Simona Lorenzetti

Corriere di Torino, 7 maggio 2026

Per i giudici i 7 poliziotti condannati per tortura nel carcere Lorusso e Cutugno agivano con “totale senso di impunità”. “È stato costretto a subire vessazioni verbali, umiliazioni morali e percosse fisiche. La sua dignità è stata gravemente lesa: l’uomo, oltre che il detenuto, si è visto “spogliato” non solo materialmente, ma anche metaforicamente, rimanendo nudo di fronte a una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere”. L’uomo di cui parlano i giudici del Tribunale di Torino è stato rinchiuso nel padiglione C del Lorusso e Cutugno tra il 2017 e il 2019 e le violenze che ha subito al suo arrivo in carcere sono descritte dai giudici che lo scorso 6 febbraio hanno condannato sette agenti della polizia penitenziaria - a pena dai 3 anni e 4 mesi ai 2 anni e 8 mesi di reclusione - per tortura.

Per aver riservato un “trattamento inumano e degradante” ad alcuni detenuti che erano sotto la loro custodia all’interno del settore dedicato ai sex offender. In due anni e mezzo di processo in aula sono sfilate quattro vittime e chi ha raccolto i loro racconti, le loro paure e ansie. Ed è così che, testimone dopo testimone, sono state portate alla luce “scene umanamente strazianti” e “incomprensibili missioni punitive”.

Non solo, è emerso “il livello di tensione e intimidazione che alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria avevano creato in quegli anni all’interno del carcere di Torino”, dove “i detenuti (quantomeno alcuni) venivano sviliti, terrorizzati, costretti a fare cose del tutto disdicevoli ed umilianti pur di non subire ulteriori ripercussioni”.

Nell’analizzare le singole posizioni degli imputati, il Tribunale non può fare a meno di evidenziare il pestaggio di un ragazzo “in difficoltà fisica e psicologica” avvenuto “in un luogo visibile a tutti gli altri detenuti”, quindi “nella convinzione da parte degli agenti di poter usufruire di una qualche forma di totale impunità, che ha reso ancora più profondo il senso di impotenza, vergogna e umiliazione” provato dalla vittima.

Il catalogo delle vessazioni descritte in aula dal pm Francesco Pelosi è ampio: detenuti costretti a stare in piedi con la faccia verso il muro per 40 minuti, coperti di insulti; altri colpiti “violentemente con schiaffi al volto e al collo, pugni sulla schiena”; altri puniti con “perquisizioni arbitrarie e vessatorie, gettando vestiti per terra, strappando le mensole dal muro e spruzzando detersivo per i piatti sul materasso e sui vestiti”.

Era il cosiddetto “battesimo” per i nuovi entrati: “Una pratica nota - scrivono i giudici - che tutti i soggetti ristretti sapevano di dover subire, accettandolo come dato certo ed inevitabile, quanto doloroso”. Nelle motivazioni, i giudici sottolineano anche come gli imputati per difendersi abbiano “mentito”. Definendo “ai limiti del kafkiano” una delle tesi difensive, secondo la quale a orchestrare buona parte delle accuse era stato un detenuto “storico” del padiglione (vi rimase rinchiuso per sei anni fino al 2020) per ottenere benefici o addirittura il trasferimento in blocco degli agenti.