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di Federica Cravero

 

La Repubblica, 7 luglio 2020

 

Monica Cristina Gallo: "Serve più impegno per un carcere meno opaco". Sono stati cinque anni di lavoro e traguardi raggiunti ma ora è tutto fermo. L'immobilismo dopo la pestilenza non fa bene ai reclusi.

"Sono stati cinque anni di lavoro, di traguardi raggiunti, di impegno nel mondo della giustizia, nella tutela dei diritti, nell'attenzione nel prossimo, spesso dimenticato perché recluso in spazi degradati e periferici. E ogni anno è cresciuto in me il desiderio di fare di più, di osservare con sguardo più attento luoghi e persone, di coinvolgere la cittadinanza che, stimolata, ha saputo contribuire e rispondere con progetti e risorse".

Saluta così la fine del primo mandato da Garante dei detenuti della Città di Torino Monica Cristina Gallo, che ha scritto di nuovo il suo nome nella rosa di sei candidati tra i quali la sindaca Chiara Appendino dovrà scegliere entro il 17 luglio per affidare il prossimo mandato.

"Alcuni dicono di noi che siamo stati in grado di rendere il carcere meno opaco, ma io credo che adesso l'impegno vada ancora più intensificato. Lo dico a chiunque debba diventare il prossimo garante, anche se non fossi io: c'è da fare tanto perché il carcere si è fermato, si è fermata la scuola, l'università, il lavoro esterno. L'immobilismo dopo la pestilenza non fa bene alla comunità reclusa", è il messaggio d'intenti di Monica Cristina Gallo per i prossimi cinque anni.

 

Qual è il risultato di cui va più fiera di questo mandato?

"Aver portato a lavorare nel nostro ufficio volontari, tirocinanti e ragazzi del servizio civile. Insegnare a questi giovani come guardare in modo positivo al carcere è utilissimo per la nostra società, molto più che parlare nei convegni a chi sa già tutto. E poi sono contenta di non aver rotto con nessuno, neanche nei momenti in cui il confronto è stato più duro".

 

Ma c'è stata una volta in cui ha detto "no"?

"Una volta in particolare, quando non ho firmato un protocollo che prevedeva lavori socialmente utili pagati sei euro al giorno, cioè 150 euro al mese a cui si tolgono 30 euro per il pullman, mentre con gli altri progetti fatti fino a quel momento con il Comune si davano compensi di 550-600 euro al mese. Non è con la manovalanza a basso costo che si fanno progetti di reinserimento".

 

Come si è appassionata al tema della reclusione?

"Attraverso la creatività, intesa come ricerca di sé. Io mi occupavo di bioarchitettura per bambini, facevo consulenze a ospedali e scuole e tenevo tanti laboratori. Avevo quindi molto materiale, stoffe, colori, lane e mi venne l'idea di fare qualcosa per le donne in carcere".

 

Come fu l'inizio?

"Era il 2008, il direttore del carcere di Torino era Pietro Buffa. Gli spiegai che volevo portare solo il materiale alle donne e non fare nulla: volevo vedere cosa facevano loro, partendo da quello che sapevano fare loro. Non mi è mai interessata la veste della crocerossina. Mi chiese se me la sentivo di iniziare con le "incolumi", donne condannate per gravi reati che non erano mai state avvicinate da alcun progetto. Gli dissi che non entravo per giudicare".

 

Come andò?

"Qualcuna si mise a dipingere, altre a cucire... Organizzammo delle mostre mercato e gli oggetti andarono a ruba. Allora con una socia nacque un'associazione, La casa di Pinocchio, e il brand Fumne. Allargammo le attività alle detenute "comuni", ma soprattutto aprimmo i laboratori a donne che arrivavano dall'esterno per imparare. Una bella rivincita e anche un momento di giustizia riparativa: capitava che mentre si tenevano in mano ago e filo un'allieva dicesse a una zingara in carcere "Sai, mi hanno rubato un portafoglio..." e l'altra rispondesse "E io ti insegno a cucire". Questo era il lavoro, non arrivare con la stoffa e chiedere alle detenute di fare cento borse sottocosto. Poi organizzammo anche sedute dall'estetista, in cui le detenute facevano trattamenti alle madamine torinesi con le creme alla frutta o la ceretta con il miele, come fanno in carcere. Un bel ribaltamento".

 

Un modello che si è portata dietro nella sua attività di Garante?

"In qualche modo sì. Mi costò fatica lasciare l'associazione dopo la nomina a garante, nel 2015, ma vedo il ruolo del garante principalmente come quello di un mediatore. E di uno che ascolta e guarda tanto. Mi cercano i detenuti, i familiari preoccupati, gli ex detenuti che fanno fatica a reinserirsi... Soprattutto adesso con l'emergenza Covid-19".

 

E sull'idea di una casa protetta esterna al carcere per le madri detenute, cosa ne pensa?

"Farei un passo indietro. Le madri non dovrebbero stare in carcere neanche nella forma di una casa protetta. Penso invece che sia molto più utile concedere i domiciliari in una buona comunità di accoglienza e recupero. Si è già visto con gli adolescenti che è un percorso vincente".