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di Marina Lomunno


La Voce e il Tempo, 12 giugno 2021

 

Parla la Garante dei detenuti. Nel cuore della città continua la reclusione degli stranieri in condizioni degradanti. Da tempo Monica Cristina Gallo, garante dei Diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, denuncia la drammatica situazione del Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di corso Brunelleschi a Torino.

E proprio dal suicidio di Musa Balde, il giovane guineano impiccatosi nel Cpr il 23 maggio scorso, è partita la relazione annuale sulla situazione dei luoghi detentivi della città, presentata on line dalla garante, all'indomani della tragica morte del migrante africano. La vicenda ha scosso quella parte di società civile che si oppone alla retorica populista del "Prima gli italiani" e ha suscitato dolore e mobilitazioni.

A partire dall'affollata preghiera voluta dall'Arcivescovo Nosiglia nella chiesa dei Santi Martiri lo scorso 31 maggio, quando Nosiglia invitò i torinesi ad "un sussulto di coscienza". Il 4 giugno si è tenuta in piazza Castello, davanti alla Prefettura, una manifestazione cittadina in memoria di Musa organizzata da avvocati, associazioni, forze politiche e sindacati: anche qui è stato rimarcato con forza come il suicidio del guineano (non un fatto isolato: dal 2019 nel Cpr sono morte 6 persone) sia "una ferita per lo Stato e che la struttura di corso Brunelleschi ha i connotati di una galera".

E proprio dai problemi legati alle cosiddette strutture di "detenzione amministrativa", così vengono definiti i Cpr, ha esordito Monica Cristina Gallo presentando il suo rapporto annuale: "Musa Balde era il suo nome, era un ragazzo che proveniva dalla Guinea e nel mese di luglio avrebbe compiuto 23 anni. Il 9 maggio aveva subito un'aggressione dinnanzi a un supermercato a Ventimiglia ad opera di italiani.

Il video che mostra la violenza dei tre aggressori nei confronti di Musa diventa virale in poche ore. Ma sino ad allora Musa Balde è un essere anonimo, trattato come se fosse privo di una propria storia e senza riconoscergli un nome: non dare un nome a quel giovane è stato il primo diritto che gli è stato negato e a seguire, sono stati lesi il diritto alla propria dignità ed alla propria integrità fisica e psichica". Il giorno successivo all'aggressione le autorità competenti di Imperia emettono nei suoi confronti un decreto di espulsione dal territorio nazionale e dispongono l'invio immediato nel Cpr di corso Brunelleschi.

"Ci poniamo una prima domanda", prosegue la garante, "un altro fondamentale diritto come quello alle cure è stato sufficientemente garantito nel momento in cui si è proceduto al trasferimento dopo un solo giorno dall'aggressione tanto brutale da motivare una prognosi di dieci giorni?". Nel Centro di Torino Musa ha continuato a non avere un nome, una biografia, un'identità, "condizione drammatica e dolorosa che lo ha portato alla privazione del più fondamentale dei diritti, quello alla vita. Questo è accaduto all'interno di quell'enclave territoriale, confinata dentro una moderna città all'avanguardia, la nostra, ma da essa completamente separata, che porta l'asettico nome di Centro di Permanenza per il Rimpatrio".

E poi i dati riferiti al Cpr: nel 2020 le persone trattenute nella struttura sono state 791 di cui 252 rilasciate per vari motivi e 461 rimpatriate. Un numero che va però preso con le pinze, ha proseguito Gallo, "perché per la maggior parte si è trattato di giovanissimi tunisini provenienti dalle navi di quarantena, portati al Centro di Torino e poi rimpatriati con voli charter. Solo a partire da ottobre 2020 il Centro ha gradualmente ripreso a trattenere migranti di altre nazionalità ma dai numeri è facile dedurre che la maggior parte di loro proviene dalla libertà, in condizioni di irregolarità e mancata inclusione sociale, e non dagli Istituti penitenziari come spesso viene narrato".

La Garante è poi passata a descrivere la situazione dell'anno appena trascorso - pesantemente condizionato dalla pandemia - nei due penitenziari torinesi, la Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" alle Vallette e l'Istituto penale minorile "Ferrante Aporti". Per quel che riguarda il "Ferrante", che ospita minorenni e giovani maschi italiani e stranieri fino ai 25 anni che scontano pene commesse prima di raggiungere la maggiore età, nel 2020 gli ingressi sono stati 115 con una presenza media di 20-30 persone a fronte di una capienza di 40.

Una situazione abitativa che non presenta criticità. Sovraffollamento e carenza di organico sono invece le due ferite che non si rimarginano nel carcere degli adulti e che, con l'emergenza Covid, hanno reso il clima pesante. "La chiusura ancora più stringente si è aggiunta a quella strutturale, amplificando le ansie e le paure tipicamente presenti nelle istituzioni", ha proseguito Gallo, "lo stesso nemico invisibile che ha condizionato la nostra libertà, per coloro che ne sono già privati ha tolto ogni possibile segmento riconducibile alla normalità. Affetti, scuola, lavoro, formazione professionale, attività laboratoriali e incontri di preghiera e di confronto".

Un miglioramento si è avuto nella "fase due" dove il vuoto di relazione è stato parzialmente colmato dall'ingresso della tecnologia nelle sezioni che ha permesso di organizzare colloqui visivi anche con la garante. Da segnalare la presenza de "La Voce e il Tempo" che ogni settimana, grazie alla generosità di 60 abbonati che hanno aderito alla campagna "Abbona un detenuto", viene letto in altrettante sezioni del penitenziario. È l'unico giornale oltre il quotidiano "Avvenire" che viene donato gratuitamente ai ristretti.

Sovraffollamento: nel 2020 il tasso al "Lorusso e Cotugno" è stato del 130 per cento, con punte del 150: "la capienza regolamentare dell'Istituto è di 1.062 posti, ma la media degli uomini e delle donne presenti negli ultimi anni si è aggirata intorno alle 1400 presenze. Nel 2020 si è avuto un picco di 1.402 persone nel mese di ottobre con una discesa nei mesi di marzo, aprile (1.269) e maggio come effetto dei provvedimenti "Cura Italia" e "Svuota Carceri" in materia di Covid" ha illustrato la garante. E che ha poi messo in rilievo il prezioso lavoro di sostegno dei volontari, in particolare la Caritas diocesana che, se anche in tempo di pandemia non sono potuti entrare in carcere, hanno supportato anche nei bisogni primari le necessità dei reclusi più fragili come gli stranieri che non che non hanno famiglie in Italia.