di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 23 marzo 2024
Nel 2018 diversi casi vennero portati all’attenzione del Garante dei detenuti, che presentò l’esposto da cui è nato il maxi processo che ha contestato il reato di tortura ad alcuni agenti della penitenziaria. “Clima pesante”, “fenomeni allarmanti”, “tensioni”. Erano di questo tenore le prime segnalazioni sulla situazione nel carcere di Torino che, nel settembre del 2018, arrivarono al Garante nazionale dei diritti dei detenuti. I controlli svolti dall’ufficio, guidato all’epoca da Mauro Palma, sfociarono nella presentazione di un esposto che contribuì a dare vita a un maxi-processo per presunti casi di tortura su detenuti, contestati dal pm Francesco Pelosi, commessi da agenti di Polizia penitenziaria.
Sono 198 i testi indicati dalle parti. Il dibattimento a carico di 22 imputati è ripreso ieri con le testimonianze di Palma, dei due ex componenti del collegio, Daniela De Robert ed Emilia Rossi, e del garante regionale Bruno Mellano. “A seguito delle segnalazioni - ha raccontato De Robert - il 4 ottobre di quell’anno vi fu una prima visita da parte nostra, cui non partecipai. Presi parte alla seconda, il 24 ottobre successivo. Di solito queste iniziative sono distanziate nel tempo ma, nel caso delle Vallette, si era reso necessario un approfondimento”.
De Robert ha anche detto nella documentazione disponibile comparivano “77 casi di incidenti di natura non meglio definita”, tutti concentrati nel padiglione C, quello riservato ai detenuti per reati sessuali. Secondo le accuse furono proprio i reclusi in quel reparto ad essere sottoposti alle vessazioni e alle violenze da parte degli agenti.
Confidenze raccolte per prima dalla garante Monica Gallo: “Ci disse che al Blocco C si stavano verificando fenomeni allarmanti. Ne parlai anche con il direttore Minervini, gli dissi che c’era un gruppo di agenti coordinati dall’ispettore Gebbia che usava metodi brutali - ha testimoniato Rossi - rispose che non poteva spostare quell’ispettore. Andai poi a parlare con un detenuto e fu un colloquio molto difficile. Piangeva, balbettava, diceva confusamente di essere maltrattato ma non forniva i dettagli. Era spaventato. Disse che durante le perquisizioni gli rovinavano tutto”.
Oggetti personali buttati a terra, ma anche che “gli avrebbero versato il detersivo sul materasso”. De Robert ha raccontato che un altro detenuto spiegò che “da quando era arrivato un nuovo ispettore il clima era peggiorato” e che spesso, da una stanza soprannominata ‘la rotonda’, sentiva provenire urla di dolore. Il garante Mellano ha testimoniato di essere rimasto colpito dalle modalità del trasporto in ospedale di un detenuto nell’agosto del 2018: “Pur essendo calmo e tranquillo, era stato ammanettato alla barella. Un altro necessitava di un Tso: la traduzione avvenne accompagnato da una decina di agenti, a piedi scalzi, in mutande, con un bavaglio alla bocca. Con Monica Gallo decidemmo di andare a trovarlo. Ci fece vedere le braccia, le gambe, il volto: aveva lividi e segni ovunque”.
Tra i casi più allarmanti quello del detenuto costretto per un’ora con la faccia al muro, nella rotonda. “Ci raccontò che era stato bloccato da tre agenti e portato in un locale chiuso. Lo costrinsero a ripetere “Sono una merda”: era stato indotto a consegnare gli atti processuali con le sue confessioni di reati di pedofilia in famiglia. Disse di aver preso schiaffi e poi andò da un detenuto medico a chiedergli cosa potesse prendere per i dolori alla schiena”.









