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di Massimiliano Nerozzi

Corriere di Torino, 7 gennaio 2025

Tesi di laurea sul diritto dei detenuti: senza un mestiere, finisci per tornare dentro. Che nelle carceri italiane molte cose non vanno come dovrebbero - pure nel campo rieducazione - lo si capisce già dal titolo: “Il lavoro penitenziario: un diritto per tutti, una possibilità per pochi”, tesi di laurea in sociologia giuridico-penale scritta da Giorgio Genovese, con relatore il professor Giovanni Torrente. A partire dai dati, raccolti dal ministero della Giustizia, secondo i quali “c’è una netta disparità tra coloro che svolgono un lavoro intramurario e coloro che prestano la loro attività all’esterno dell’istituto”. Il che fa la differenza: il secondo, “da un punto di vista umano e professionale, rappresenta un significativo aiuto per il reinserimento in società del detenuto”; e, ovviamente, “ad oggi non è molto diffusa questa tipologia di attività”. Motivo, un grande classico: “In primis - spiega Genovese - a causa delle lungaggini processuali e burocratiche che condizionano l’ottenimento di permessi, e, in secondo luogo, perché, in virtù della poca possibilità e conoscenza di investimento, le imprese pubbliche e private hanno molte difficoltà ad affacciarsi nel settore”.

Da carcere a carcere, si tenta di darsi da fare: a Torino, per dire, “c’è un corso di formazione alberghiero dalla durata di sei mesi, che offre la possibilità alle persone ristrette di imparare un nuovo mestiere realmente spendibile una volta scontata la pena”. E ancora, altri “corsi di formazione attengono anche la qualifica di tecnico informatico o cyber security”, offrendo “dei veri e propri certificati, non solo simbolici, ma utilizzabili per lavorare all’esterno”. Dopodiché, “indubbiamente, è necessaria un’effettiva predisposizione all’apprendimento”. Racconta un detenuto: “I corsi di formazioni all’interno dell’istituto sono molto validi e non ti fanno sprecare il tempo, se li fai bene. Aiutano non solo a riempire la giornata, ma anche a ottenere una certifica da utilizzare una volta fuori”.

Studiare e imparare un mestiere ha notevoli, e positivi, impatti pure per l’anima, almeno secondi i dati messi in fila da una ricerca durata tre anni e condotta dalla fondazione Emanuele Zancan, insieme ad altri enti promotori, e patrocinata dal ministero della Giustizia. “Il primo dato significativo - sottolinea Genovese - è la diminuzione della depressione tra coloro che svolgono un’attività lavorativa durante il periodo detentivo (20 per cento per i dipendenti di cooperative e 25 per i lavoratori alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria); e coloro che sono invece inattivi (in questo casso la percentuale si alza al 55 per cento)”.

Di più: “Lo svolgimento di un’attività lavorativa incide positivamente anche sul tasso di obesità e sull’aumento dell’autostima (82 per cento per i lavoratori alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e 96,1 per i lavoratori nelle cooperative)”. Cambiano anche gli atteggiamenti nei confronti della pena: “Tra coloro che non svolgono un lavoro solo il 30,8 per cento considera giusta la propria condanna; diversamente, per chi ha la possibilità di lavorare la percentuale sale al 39,8 tra i soggetti che prestano servizio a favore dell’amministrazione penitenziaria e al 41,2 tra quelli che sono stati assunti da una cooperativa”. Morale: “È fondamentale fornire una speranza ai detenuti”, perché “la vita, una volta scontata la pena, continua fuori dal carcere”. Bastano le parole di un detenuto: “Quando si torna fuori bisogna essere capaci di fare qualcosa, sennò si torna dentro in un attimo”.