di Liborio La Mattina
giornalelavoce.it, 5 maggio 2026
Dal suicidio di un agente alla visita di Giulia Marro nel Lorusso e Cotugno: sovraffollamento, carenze strutturali e turni fuori misura raccontano una crisi che non può più essere rimandata. Si è alzata. Ci ha pensato non più di due minuti. Poi ha deciso: ci vado. Non c’è una vera discussione interiore, non c’è tempo per costruire un ragionamento ordinato. Ci sono notizie che non si elaborano, si attraversano. Il suicidio di un agente di Polizia penitenziaria, il primo maggio, resta lì, come una frattura. Nel giorno in cui si celebra il lavoro, a cedere è proprio uno di quelli che il lavoro lo reggono ogni giorno, dentro un sistema che da anni chiede di più di quanto restituisca. È da lì che parte la visita della consigliera regionale Giulia Marro (Avs) al carcere Lorusso e Cotugno di Torino. Non come atto rituale, ma come necessità. “Una notizia grave, che impone rispetto e attenzione”, dice. Ma rispetto e attenzione, qui, non sono parole astratte. Sono il modo in cui si entra, si guarda, si resta in ascolto.
Il carcere non si mostra subito. Non è un luogo che si lascia leggere in superficie. È fatto di strati: numeri, spazi, persone, abitudini che diventano sopravvivenza. E ogni strato racconta una parte della stessa storia. I numeri sono il primo impatto, ma non sono mai solo numeri. Circa 1.500 persone detenute. La capienza tollerabile è di 900. Se si volesse tradurre questa sproporzione in immagini, significherebbe pensare a un luogo progettato per contenere una certa quantità di vita e costretto, giorno dopo giorno, ad accoglierne quasi il doppio. Reparti che arrivano a superare le 400 presenze, quando dovrebbero fermarsi a circa 200. Celle piene, corridoi saturi, spazi comuni che smettono di essere tali. Ma è quando si passa alle persone che quei numeri prendono corpo. Gli agenti diminuiscono. Non è una percezione, è una dinamica che si ripete da anni. Meno presenze, meno turni coperti, meno possibilità di gestire ciò che accade. Le figure intermedie, quelle che tengono insieme il funzionamento quotidiano, mancano. E allora il sistema si regge su chi resta, su chi continua a fare turni che non sono più quelli previsti: sei ore diventano otto, otto diventano nove, a volte di più. Non per scelta, ma per necessità.
“Si rasenta l’illegalità”, dice un comandante di reparto. Non è una frase cercata, è una constatazione. Quando le condizioni materiali non permettono di rispettare le regole, le regole restano sulla carta. E chi lavora si muove dentro un margine sempre più stretto, dove ogni decisione pesa di più.
La visita si ferma a lungo con loro, con gli agenti, con chi lavora dentro. Marro porta la solidarietà alle colleghe e ai colleghi dell’agente scomparso, ma quello che emerge non è solo il dolore per un fatto recente. È una sofferenza che viene da lontano, che si è accumulata. A pochi giorni dalla Festa del Lavoro, il paradosso è evidente: qui il lavoro non è un diritto da difendere, è una resistenza quotidiana. Fuori, intanto, la politica discute. Il consigliere Eugenio Zappalà parla di visite che fanno “perdere tempo” alla polizia penitenziaria. Ma dentro il carcere il tempo non è qualcosa che si può perdere o risparmiare. È già consumato. È insufficiente. È sempre meno di quello che servirebbe. E allora la presenza istituzionale cambia significato: non è intralcio, è uno dei pochi strumenti per evitare che ciò che accade resti confinato. Perché ciò che accade riguarda tutti. Non solo le persone private della libertà, ma anche chi quella libertà la custodisce, chi lavora, chi prova a costruire percorsi. Spesso, come viene detto apertamente, in una condizione che assomiglia a un’assenza dello Stato.
Poi ci sono gli spazi, che raccontano senza bisogno di parole. Nei padiglioni B e C le infiltrazioni segnano i soffitti, le pareti portano i segni di un degrado che non è più episodico. Un intero piano presenta criticità strutturali. Eppure, le indicazioni su come intervenire non arrivano. È come se il tempo si fosse fermato proprio dove servirebbe accelerare. Ma il punto più fragile è altrove. Nei reparti di isolamento, nei nuovi giunti, nel transito. Luoghi pensati per accogliere temporaneamente, diventati spazi permanenti per chi ha gravi problemi psichici. Persone che non trovano posto nel reparto dedicato e restano lì, sospese. Questo crea uno squilibrio che si ripercuote su tutto: sulla gestione, sulla sicurezza, sulla tenuta psicologica di chi lavora.
In queste condizioni, anche ciò che dovrebbe costruire un futuro si riduce. Le attività trattamentali, già limitate, diventano intermittenti. Il lavoro interno, che dovrebbe prevedere una rotazione di tre mesi di attività e sei di pausa, si trasforma in tre mesi ogni anno e mezzo. Un tempo che non costruisce, non stabilizza, non offre continuità. In uno dei reparti visitati, durante la giornata, tutte le attività sono annullate. Non per scelta, ma per mancanza di personale. Il tempo si svuota, torna a essere attesa.
La formazione professionale è prevista per il 3 giugno, dopo ritardi nella pubblicazione del bando. Ma resta un’incognita. L’estate è vicina, il piano ferie inciderà su organici già ridotti. E i turni, già oggi fuori standard, rischiano di allungarsi ancora. Sei ore diventano stabilmente otto, spesso di più quando accadono eventi critici. E gli eventi critici, qui, non sono eccezioni. La sanità aggiunge un altro livello di difficoltà. La telemedicina, prevista dal Piano socio-sanitario regionale, non è operativa. Mancano le infrastrutture, a partire dalla rete. Non è possibile nemmeno garantire in modo efficace i processi da remoto. Così anche ciò che potrebbe alleggerire il sistema resta fermo, mentre i bisogni aumentano.
Non è la prima volta che tutto questo emerge. Il 12 novembre 2024, a Palazzo Lascaris, si è tenuto un Consiglio regionale aperto dedicato proprio alle condizioni di lavoro della polizia penitenziaria. Ma oggi, a distanza di mesi, la situazione non è migliorata. Anzi. Per questo la capogruppo AVS Alice Ravinale ha chiesto una nuova convocazione. Non per ribadire, ma per intervenire. Perché il punto, ormai, non è più capire se esiste una crisi. La crisi è evidente. Il punto è quanto ancora si possa rimandare. Quanto ancora si possa chiedere a chi lavora di reggere, a chi è detenuto di vivere in queste condizioni, a chi osserva di continuare a considerarlo normale.
Uscendo dal Lorusso e Cotugno, resta una sensazione difficile da ignorare. Non è solo il peso dei numeri, né solo quello delle parole raccolte. È qualcosa di più sottile: la percezione che il limite non sia davanti, ma già alle spalle. Che sia stato superato senza che ci fosse un momento preciso in cui accorgersene. E allora quella decisione presa in due minuti - ci vado - non è solo l’inizio di una visita. È, forse, il tentativo di non accettare che tutto questo diventi definitivo.











