di Gianni Giacomino
La Stampa, 24 maggio 2024
Gallo: “Il ministro dopo l’ispezione non ha fatto nulla”. Non ha retto al carcere e si è suicidata ieri mattina, nel bagno della sua cella della sezione femminile del carcere Lorusso e Cotugno. Mariassunta Pulito, 64 anni di Caltanissetta, era accusata assieme al marito di aver violentato il loro padrone di casa, un uomo di 65 anni Cogne. Era in custodia cautelare dal 26 marzo, quando era stata arrestata dai carabinieri. Alle 7,30 è stata trovata morta dagli agenti della polizia penitenziaria: si era soffocata con un sacchetto di plastica in testa e legato attorno al collo con un laccio. Secondo quanto ricostruito, ha aspettato che la sua compagna di cella uscisse per andare nel bagno e togliersi la vita.
“Avevo avuto con lei un colloquio telefonico mercoledì mattina - racconta l’avvocato Massimiliano Bellini, del foro di Caltanissetta - era scoraggiata, non si capacitava perché fosse ancora in carcere dopo due mesi. Lei ha sempre proclamato la sua innocenza ed era molto provata”. “Avevo appena presentato la nuova istanza di scarcerazione, chiedendo di nuovo i domiciliari a Caltanissetta per lei e il marito continua l’avvocato - Tutte le istanze sono state respinte. Privare una persona della libertà senza una condanna definitiva non solo mina la presunzione di innocenza, ma può anche infliggere sofferenze psicologiche insopportabili”.
“Ho incontrato quella donna la mattina di Pasqua. Mi è rimasta impressa perché era molto composta. Era solo preoccupata per il marito. Perché voleva sapesse che lei dal carcere di Brissogne era stata trasferita in quello di Torino, niente di più”. Monica Gallo, garante comunale per i diritti dei detenuti ricorda così Mariassunta Pulito. L’ennesima detenuta che si è suicidata in una cella delle Vallette.
“È la quarta negli ultimi due anni - scuote la testa la Gallo - un numero sconcertante. Ad agosto era venuto in visita nella sezione femminile il ministro della Giustizia Nordio facendo promesse di miglioramento delle condizioni. È passato un anno e non è successo nulla. Anche le agenti della penitenziaria sono disperate perché con le recluse si instaura comunque un rapporto umano”. Come quello che avevano con Susan John, 43 anni, di origine nigeriana, che si lasciò morire di fame e di sete. E con Azzurra Campari, 28 anni, trasferita da Genova, dal penitenziario di Ponte Decimo, che si impiccò. Tre tragedie in nove mesi. Troppe.
Per questo ieri Felice D’Ettore il garante nazionale per i diritti dei detenuti ha chiesto approfondimenti sul suicidio della donna e gli investigatori della Procura torinese hanno sequestrato il fascicolo della vittima. “Non mostrava sofferenze e non aveva mai manifestato intenzioni suicide - continua Gallo - ma solo lei sapeva davvero cos’aveva in fondo al cuore”. “Dopo i due suicidi a distanza di pochi giorni avvenuti a Torino lo scorso agosto il ministro Nordio promise un intervento sulle telefonate in carcere. Rimasto sulla carta. C’è invece bisogno di un intervento di liberalizzazione delle telefonate - attacca Patrizio Gonella, il presidente di Antigone -. Si vari una commissione di inchiesta su queste morti in carcere. Si assumano mille educatori e si investa sulle misure alternative per deflazionare il sistema che oggi ha circa 13 mila detenuti in più rispetto alla capienza effettiva”.
A Torino su 1035 posti sono reclusi 1448 detenuti. Nella sezione femminile sono invece detenute 133 donne su un centinaio di spazi. “Siamo al trentaseiesimo suicidio in carcere dall’inizio del 2024 - sbotta il segretario generale del sindacato Osapp Leo Beneduci - è inconcepibile che responsabili politici quali il ministro Nordio ed il sottosegretario delegato Delmastro non si rendano conto del significato e delle cause che stanno provocando una vera e propria strage nelle carceri”.











