di Ludovica Lopetti
Corriere di Torino, 7 maggio 2025
Susan John “è parsa in grado di intendere e di volere, conscia del suo stato e delle conseguenze alle quali si sarebbe esposta continuando a rifiutare il vitto”. Quando gli operatori del carcere cercavano di convincerla ad alimentarsi, lei nascondeva la testa tra le mani e serrava le labbra. Lo ha fatto fino alle estreme conseguenze: alle prime ore dell’11 agosto 2023 la donna 43enne è stata trovata riversa nella cella, dopo 18 giorni di digiuno. La sua morte si poteva evitare? E se sì, qualcuno ha delle responsabilità? Non per il pm Mario Bendoni, che nelle scorse settimane ha chiesto l’archiviazione per quattro medici indagati con l’accusa di omicidio colposo.
Dovevano rispondere del mancato ricovero d’urgenza quando la donna era ormai a rischio della vita e del ritardo nel ricovero programmato, autorizzato il 9 agosto. All’esito degli accertamenti però l’ipotesi accusatoria è stata smentita: nel caso di Susan, si legge nella richiesta di archiviazione, “non pare che vi siano state omissioni da parte del personale operante, sia esso appartenente all’amministrazione penitenziaria, sia sanitario alle dipendenze dell’Asl”.
La donna sarebbe stata monitorata sin dal suo ingresso al Lorusso e Cutugno “mediante visite mediche e colloqui psichiatrici giornalieri” e “il protocollo suicidario risulta essere stato correttamente applicato”, anche oltre il periodo di osservazione prescritto dalle circolari del Dap. Inoltre “l’avvio di cure adeguate nel pomeriggio del 10 agosto, sebbene avrebbe permesso di aumentarne le chance, non avrebbe comunque garantito la sopravvivenza in termini di elevata probabilità prossima alla certezza”.
La pensano diversamente i familiari della vittima, difesi da Manuel Perga, che si sono opposti all’archiviazione. Il gip deciderà nelle prossime settimane. Nel documento del pm si ripercorre il periodo trascorso da Susan in carcere: l’ingresso il 22 luglio, lo sciopero della fame e della sete (mai dichiarato), i malori, il rifiuto “a qualsiasi forma di supporto farmacologico e di aiuto”.
La donna doveva scontare una condanna per tratta di esseri umani, ma sin da subito aveva rifiutato cibo e acqua perché “non si capacitava di dover scontare la pena all’interno dell’istituto” e era preoccupata per il figlio di 4 anni. L’assenza di “condizioni psicopatologiche” ha impedito ai sanitari di disporre un Tso.











