di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 24 aprile 2020
Camera Penale e Osservatorio carcere: "Siamo molto preoccupati". Ma il provveditore di Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria non risponde. Detenuti contagiati dal coronavirus che si fanno dieci giorni di carcere in più - pur avendo diritto alla detenzione domiciliare - perché non si trova un alloggio disponibile, un agente di polizia penitenziaria che rientra in servizio dopo la quarantena per poi essere scoperto ancora positivo, altri della penitenziaria che non dispongono di mascherine: è il quadro tracciato da una lettera dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali, e della Camera penale "Vittorio Chiusano".
"Siamo preoccupati, siamo molto preoccupati", ripetono gli avvocati, e lo fanno notare anche ai provveditori dei penitenziari italiani, ma solo alcuni rispondono. Non quello di Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria: "Il silenzio in risposta, a oggi si è fatto assordante". Anche perché, sottolineano, già all'inizio di aprile, l'Osservatorio carcere - che ha i referenti regionali negli avvocati Antonio Genovese e Davide Mosso - aveva posto dieci domandi sul tema al Governo e al capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Niente alloggio per detenzione domiciliare, si fa 10 giorni di carcere in più - "Auspichiamo - scrivono i rappresentanti di Osservatorio carcere e Camera penale - si intervenga nei modi più opportuni per salvaguardare la salute delle persone che si sono ammalate. E per tutelare quelle a cui potrebbe estendersi il contagio. E quindi con il collocamento all'esterno di quanti siano risultati positivi. Perché il carcere non è l'ambiente più salubre già in situazioni ordinarie. E perché il fatto che tra le persone detenute una significativa percentuale presenti patologie non fa che accrescere i rischi nel caso di diffusione del virus. Per tacere della terzomondiale condizione di sovraffollamento".
Ancora ieri - segnalano i legali, tra cui il presidente della "Vittorio Chiusano", l'avvocato Alberto De Sanctis, e il presidente della Commissione carcere, Mirco Consorte - ci sono agenti di polizia penitenziaria sprovvisti di protezioni nelle sale dei colloqui, aumentando il rischio contagio. Così pure come c'è stato l'episodio di un agente rientrato in servizio dopo la quarantena, per poi essere sottoposto a tampone e risultare ancora positivo.
Va da sé, con l'altissimo rischio di aver contagiato colleghi e detenuti. Alcuni dei quali, in mancanza di braccialetti elettronici o sistemazioni per la detenzione domiciliare, devono farsi giorni di prigione in più: l'ultimo caso qualche giorno fa, dove a un uomo è finalmente stata trovata un posto dove stare, in un albergo di Collegno.
Dopodiché, sembra che la situazione possa complicarsi anche di più, visto che trovare alloggi e sistemazioni non toccherà più all'unità di crisi - investita del compito dall'emergenza sanitaria - ma all'amministrazione penitenziaria. L'impressione è che potrebbe essere un ulteriore problema.










