di Ludovica Lopetti
Corriere di Torino, 19 giugno 2025
È il 15 ottobre 2019 quando in una cella del carcere Lorusso e Cutugno un detenuto 54enne inizia a lamentare forte dolore al petto, difficoltà a respirare e senso di mancamento. Ad assistere c’è il compagno di cella, che subito avverte il personale di servizio. Il recluso viene portato nell’infermeria del carcere, dove viene visitato e trattenuto in osservazione per qualche tempo. Soffre già di patologie cardiache (di “malattia coronarica grave e diffusa”), ma il medico di turno lo rispedisce in cella, dove però continua ad accusare gli stessi sintomi. La sua sofferenza si fa penosa, il compagno di cella insiste con gli agenti.
Passeranno ben dodici ore prima che il detenuto venga portato al Pronto Soccorso, dove i sanitari diagnosticheranno l’occlusione completa della principale arteria del cuore e lo salveranno per il rotto della cuffia. Nella cartella clinica si parla di “infarto miocardico”. Gli strascichi di quella mezza giornata in preda alle fitte sono importanti: “necrosi miocardica” e una “severa disfunzione sistolica globale”, ovvero l’indebolimento del muscolo cardiaco, che nei mesi e negli anni successivi lo obbligheranno a tornare sotto i ferri diverse volte. Dopo la convalescenza racconta l’episodio al suo avvocato, Benedetta Perego, e parte la querela: perché i sanitari del carcere hanno atteso così a lungo prima di disporre il ricovero d’urgenza?, si chiedono il diretto interessato e i suoi familiari.
Ora a quella domanda si proverà a rispondere nel dibattimento. A processo c’è il medico di turno, che risponde di lesioni personali colpose per aver omesso “la tempestiva diagnosi di infarto miocardico” e in particolare “l’effettuazione di un elettro-cardiogramma e di altri accertamenti ematochimici”, nonché di “trasferire tempestivamente il paziente verso il più vicino nosocomio”.
La vittima è mancata nel 2021, in seguito all’aggravarsi delle sue patologie al cuore. Inizialmente il fascicolo aveva più indagati e il pm Chiara Canepa contestava l’omicidio colposo, ma per loro il giudice ha disposto il non luogo a procedere. Anche l’ipotesi di omicidio ha avuto vita breve: quando l’uomo è mancato infatti non è stata svolta tempestivamente l’autopsia, perciò ogni correlazione tra il decesso e l’infarto di due anni prima è rimasta un’ipotesi non verificabile con i crismi richiesti dal processo penale. Solo tempo dopo i familiari hanno preso contatti con l’avvocato per partecipare al dibattimento in veste di eredi della persona offesa. Oggi sono costituiti parte civile.
Non è la prima volta che l’operato di un medico del carcere finisce sotto la lente dei magistrati. Pochi mesi fa quattro camici bianchi hanno incassato l’archiviazione in relazione alla morte di Susan John, detenuta di 42 anni che l’11 agosto 2023 si è lasciata morire di inedia nella sezione femminile del Lorusso e Cutugno. Il pm Mario Bendoni li accusava di omicidio colposo: il capo d’imputazione attribuiva a vario titolo il mancato ricovero d’urgenza della detenuta quando era ormai a rischio della vita e il ritardo “senza giustificato motivo” nel ricovero programmato. All’esito di due consulenze tecniche convergenti però è stata la stessa procura a chiedere l’archiviazione al gip.











