di Giada Lo Porto
La Repubblica, 26 giugno 2025
La specialista in servizio al carcere aveva abbassato il livello di rischio per Gaffoglio, nonostante avesse già provato a togliersi la vita. Alessandro Gaffoglio aveva 24 anni e una grande fragilità. Lo opprimeva il senso di colpa di essere finito in carcere per la prima volta (per due rapine ravvicinate a due market a San Salvario) e di aver così deluso i suoi genitori. Quella madre e quel padre che invece avrebbero fatto il possibile per rincuorarlo e sostenerlo. Gliel’avrebbero detto nella visita fissata per il 16 agosto 2022. Ma nella notte tra il 14 e il 15, il ragazzo si era stretto un sacchetto al collo, togliendosi la vita.
Ieri a Torino ha preso il via il processo che vede alla sbarra un’unica imputata, la psichiatra del carcere accusata di omicidio colposo. Per far luce sulla morte del giovane la procura aveva indagato 15 mesi. La professionista (difesa dall’avvocato Gian Maria Nicastro) avrebbe abbassato il livello di rischio che potesse togliersi la vita “da medio a lieve”, violando così le linee guida per la prevenzione del suicidio in carcere. Ieri nel corso della prima udienza c’è stata la costituzione dell’Asl Città di Torino quale responsabile civile, la madre e il padre di Alessandro invece si sono costituiti parte civile. Previsti una quarantina di testi della difesa fra cui il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, 21 invece i testimoni nella lista della procura (alcuni in comune) fra cui il medico legale Roberto Testi. L’udienza è stata riaggiornata al 10 novembre quando verranno sentiti i testi dei pm.
Alessandro Gaffoglio, per la procura, era da considerarsi “un soggetto ad alta vulnerabilità psichica”. Aveva già tentato il suicidio, proprio con un sacchetto, solo 5 giorni prima. Eppure nessuno aveva avvisato la famiglia e nemmeno l’avvocato Laura Spadaro che già aveva provato a fare il possibile, subito dopo l’arresto, chiedendo una misura meno afflittiva per il giovane o quantomeno che venisse inserito in una sezione del carcere più protetta. Nonostante l’estrema vulnerabilità del detenuto, la psichiatra avrebbe dunque abbassato il livello di rischio suicidio. “Dimostreremo la correttezza del comportamento della dottoressa”, commenta l’avvocato difensore Gian Maria Nicastro. Il sacchetto con cui si è tolto la vita sarebbe stato restituito al giovane assieme ad altri suoi oggetti personali. Secondo la difesa, inoltre, il giovane si trovava in una cella in cui era sorvegliato 24 ore su 24.











