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di Elisa Sola

La Stampa, 15 luglio 2026

La procura aveva archiviato due volte dopo la denuncia dei familiari. La sorella della vittima: sei anni per avere giustizia dalla Corte dei diritti dell’uomo. Natascia, la sorella, rilegge le lettere dal carcere. “Antonio ci scriveva che chiedeva aiuto alle guardie e che non lo ascoltavano. Che stava male, vomitava, aveva dolori ovunque. Ma nessuno veniva nella sua cella. Pensavano che lo facesse apposta per avere “benefici”. Usavano questa parola. Non abbiamo mai capito quali. Ha perso trenta chili in meno di cinque mesi”. Antonio Raddi è morto il 30 dicembre 2019. Aveva 28 anni. Quando è entrato nel carcere Lorusso e Cutugno pesava 80 chili. Quando hanno diagnosticato il decesso, 50. È morto per un’infezione dovuta a un batterio comune, la Klebsiella pneumoniae. Ma il suo corpo era pelle e ossa. Troppo fragile per reagire.

Doveva scontare pochi mesi per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. “Ha sempre chiesto aiuto, dal primo momento”, ricorda la sorella. Quattro settimane prima che morisse, la garante dei detenuti Monica Gallo, vedendolo in sedia a rotelle, nell’ennesima segnalazione inviata ai vertici del carcere scriveva: “Implora di intervenire. Ha le stesse sembianze di Stefano Cucchi”. L’indagine della procura è durata tre anni. Il caso è stato archiviato nel 2023. La conclusione: “Non si ravvisano responsabilità per i quattro medici indagati”. Natascia e i genitori di Antonio hanno smesso di sperare. Poi, è successo qualcosa, per loro, di inaspettato. Accogliendo il ricorso degli avvocati della famiglia, Gianluca Vitale e Federico Milano, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Antonio. Il nostro Stato è stato condannato “per la violazione degli articoli sul rispetto del diritto alla vita e sul divieto di trattamenti inumani e degradanti nelle carceri”.

Non c’entrano i medici, o perlomeno, non soltanto loro. Raddi è morto perché i vertici del carcere lo hanno abbandonato. Antonio soffriva di ansia e depressione, era detenuto nella sezione dedicata alle dipendenze. Rifiutava il cibo perché era malato. “Chissà dove ha preso l’infezione - dice la sorella Natascia -. Magari l’aveva da mesi in corpo, e nessuno ha fatto niente. Dicevano che fingeva”. Per i giudici di Strasburgo, non è vero che le nostre autorità avrebbero fatto “tutto il ragionevolmente possibile, in buona fede e tempestivamente, per cercare di scongiurare l’esito mortale”. Ora lo Stato dovrà versare alla famiglia Raddi 26mila euro per danni e spese. Per l’avvocato Gianluca Vitale, “la sentenza della Corte europea accerta che lo Stato e il carcere non hanno fatto quanto avrebbero dovuto per la tutela alla vita e alla salute”.

Il 10 dicembre 2019 i vertici dell’amministrazione penitenziaria scrivono: “Il soggetto è ampiamente monitorato”. Tre giorni dopo Antonio collassa. “Vomita sangue e non si muove”, l’allarme del compagno di cella. Quando il 13 dicembre Raddi arriva all’ospedale Maria Vittoria, non c’è più nulla da fare. Entra in coma. Muore 17 giorni dopo. Il 20 novembre un medico del carcere risponde all’ennesima lettera della garante dei detenuti: “La perdita di peso è una modalità strumentale per ottenere benefici secondari”. Natascia continua a chiedersi: quali benefici? Aveva 28 anni. Sarebbe uscito presto. Per i legali, “è morto nelle mani dello Stato e perché lo Stato non lo ha protetto”.