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di Carlotta Rocci


La Repubblica, 29 settembre 2019

 

Protesta per una condanna "ingiusta". Engyell M., detenuto alle Vallette, non mangia da 59 giorni. È nato in Albania, dove ha moglie e una figlia, e ha 51 anni. Ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le sentenze che lo hanno portato in carcere a Torino con condanne ormai definitive.

Chiede la revisione dei suoi processi perché - dice - quando è stato condannato ad oltre dieci anni di carcere, con scadenza della pena nel 2023, si trovava in Albania per via di un decreto di espulsione e non ha potuto partecipare al dibattimento. Il suo ultimo avvocato Alessio Michele Soldano lo ha incontrato spesso nelle ultime tre settimane per spiegargli che una condanna definitiva è lapidaria e nulla - se non l'emergere di una nuova prova - potrebbe permettere la revisione del processo.

Engyell però si sente vittima della giustizia ed è disposto a lasciarsi morire. Ha già perso quasi metà del suo peso e il 6 settembre - dopo una perizia medica - è stato trasportato al Repartino delle Molinette, poi trasferito il 16 in terapia intensiva con l'aggravarsi delle sue condizioni. "Abbiamo intercettato la sua storia il 27 agosto quando lo sciopero durava ormai da molti giorni", spiega la Garante dei detenuti della Città di Torino Monica Cristina Gallo che ha scritto anche ai garanti nazionali e regionali, e all'Ordine dei medici, per sollevare, l'attenzione sul caso.

"Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta non era già più in grado di alzarsi dal letto - spiega Gallo - Al di là della vicenda giuridica, solleviamo il tema umano. Questa persona ha pochi strumenti per far sentire la propria voce ma la sua protesta è determinata e pericolosa. Sappiamo che la Regione sta lavorando a un protocollo per la prevenzione dei suicidi in carcere e speriamo ci sia attenzione anche su un caso come questo che non è contemplato ma si tratta di un lento suicidio".

Engyell è stato visitato dai medici ed è perfettamente lucido. "Stiamo facendo di tutto per convincerlo a mangiare", spiega il direttore del carcere Domenico Minervini che per due volte ha scritto al tribunale della libertà per chiedere di poter prendere provvedimenti.

"Abbiamo provato a farlo parlare con la moglie in Albania e con il nostro cappellano", spiega il direttore. I giudici hanno stabilito che il detenuto può essere sottoposto a un'idratazione forzata e, solo in caso di perdita di conoscenza, all'alimentazione per salvargli la vita.

La terapia ha reso le sue condizioni leggermente migliori, l'uomo è stato spostato in un altro reparto, ma nei prossimi giorni potrebbe essere dichiarato "dimissibile". "Ma mi chiedo cosa potrebbe succedere se venisse riportato in carcere", si chiede Gallo.