di Sandro Marotta
La Stampa, 22 ottobre 2025
Joli Ghibaudi è un’osservatrice dell’associazione Antigone Piemonte che è attiva nelle carceri. “Perché nessuno ha notato i campanelli d’allarme che presentava la salute del detenuto? C’è bisogno di più personale sanitario e di formare la polizia penitenziaria”: così Joli Ghibaudi, dell’associazione Antigone Piemonte, commenta il caso di Francesco De Leo, detenuto di 260 kg trasferito 4 volte in due mesi tra Cuneo e il resto del Nord Italia e alla fine deceduto lunedì nel carcere di Torino.
Cosa pensa di questa storia?
“Lascia stupiti la peregrinazione da un istituto all’altro, i viaggi non hanno aiutato il suo stato di salute. Ci sono dei centri clinici in Italia, forse occorreva portarlo subito perché era una situazione grave: perché non è stato fatto?”.
In rsa a Bra aveva litigato con il personale, perciò il magistrato aveva disposto la carcerazione. C’è chi dice che il detenuto non si è tutelato né curato: è d’accordo?
“Troppo facile dire che è stata colpa sua. C’è da chiedersi anzitutto perché l’aumento di peso una volta entrato in carcere non sia stato attenzionato e nessuno l’abbia visto come un campanello d’allarme. Perché non è stato seguito dal punto di vista psicologico? Questo richiama un altro problema”.
Cioè?
“Manca personale sanitario. In genere ci sono tra le 5 e le 10 ore di presenza settimanale dello psicologo per tutta la popolazione carceraria. Come si fa ad attenzionare situazioni come quella del detenuto di cui si sta parlando?”.
Il carcere di Torino com’è messo da quel punto di vista?
“C’è un hub di assistenza sanitaria, con il reparto di osservazione e trattamento. Lo psichiatra è più presente”.
Perché nessuno ha guardato l’evoluzione storica del caso di De Leo, notando il peggioramento fisico? Manca costanza nella cura in carcere?
“Questo non lo so, ma noi di Antigone notiamo spesso un grande turnover nel personale, perché i lavoratori sono schiacciati dal sistema. Fra dovere professionale, regole rigide e richieste pressanti, dopo un po’ tutti scoppiano e cercano un altro lavoro, meno stressante e meglio retribuito”.
Dovrebbe essere più facile accedere alle misure alternative per i detenuti?
“Aiuterebbe. C’è da tenere conto che per molti detenuti, ad esempio stranieri, non sempre è possibile: alcuni non hanno casa, altri hanno dipendenze o non hanno una residenza. Questo non giustifica il fatto che non siano applicate come dovrebbero essere e che in carcere ci siano tante persone che potrebbero stare fuori”.
Il carcere peggiora la salute?
“L’ambiente non aiuta a stare bene, anzi è patogeno, a partire dalla struttura. Come si può vivere per anni con topi, blatte, senz’acqua calda e andando in bagno vicino a dove si cucina? Eppure il diritto alla salute è fondamentale, garantito dalla Costituzione indipendentemente dal luogo in cui una persona si trova”.
Quali sono le esigenze che questo caso ha messo in luce?
“La prima è che servirebbe più personale sanitario attento ai campanelli d’allarme di ogni detenuto. Sarebbe auspicabile per il personale di polizia penitenziaria una formazione più mirata al diritto alla salute delle persone ristrette”.
C’è un rapporto tra carenza di assistenza sanitaria e sovraffollamento?
“Sì. I tempi di attesa per una visita specialistica sono lunghi e rispetto alla sanità pubblica più complicati. I detenuti devono essere scortati. Significa tempo per coordinarsi, trovare agenti e orari adeguati”.
Si parla della stanza dell’affettività nel carcere di Torino, utilizzabile anche dai detenuti di Cuneo per colloqui intimi coi partner. Che ne pensa?
“Finalmente. Sarà disponibile dal 1° novembre, diversi istituti in Piemonte ci hanno detto che, se arriveranno le richieste, accompagneranno i detenuti a Torino. Bisognerà verificare se e come funzionerà”.











