di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 29 giugno 2025
Studenti di Giurisprudenza e Psicologia (con l’associazione Strali) “scrivono” il reclamo alla Sorveglianza. Dalle parole (e dallo studio) ai fatti, ovvero un reclamo davanti al magistrato di Sorveglianza a favore di un detenuto: la casa circondariale che lo ospita risulterebbe - questa la contestazione - “non aver mai affrontato la sua problematica psichiatrica”, ma di aver “ritenuto di “risolvere il problema” della gestione umana e sanitaria del ricorrente attraverso lunghi periodi di isolamento disciplinare”.
Alla formulazione del reclamo hanno contribuito studentesse e studenti dei dipartimenti di Giurisprudenza e Psicologia dell’università di Torino, nell’ambito del workshop “A mente libera”, arrivato alla sua seconda edizione. Ragazze e ragazzi - coordinati dai docenti del corso, gli avvocati Benedetta Perego ed Emanuele Ficara - hanno infatti lavorato a questo caso concreto, sullo sfondo dell’allarmante ondata suicidaria che negli ultimi anni ha travolto le carceri italiane. Ben consci che questa tragedia non possa risolversi solo con strumenti di riduzione del sovraffollamento, che pure tardano ad arrivare, ma anche con una tutela sanitaria adeguata per le eventuali patologie mentali che affliggano chi sia incarcerato, ovvero, quando questo non sia possibile, con la sua immediata scarcerazione.
Per questo, l’associazione Strali, in collaborazione con la cattedra di Diritto penitenziario della professoressa Giulia Mantovani, ha dunque selezionato questo caso strategico, per mancanza di cure della malattia mentale e per una complessiva detenzione in condizioni inumane e degradanti. Il progetto si è così concretizzato nel predisporre un’istanza in base all’articolo 35 ter della legge sull’ordinamento penitenziario, che prevede rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati.
L’azione legale, di fronte a una norma che attualmente prevede un risarcimento in casi di sovraffollamento, persegue il tentativo strategico di ampliare l’oggetto di tutela dello stesso rimedio risarcitorio anche ai casi di malasanità in carcere. Approfondendo il caso, gli studenti si sono confrontati con atti e documenti che attesterebbero effettivamente un episodio emblematico di totale incuria delle esigenze sanitarie di un giovane detenuto, con aggravamento delle sue condizioni da più punti di vista nell’apparente disinteresse delle autorità coinvolte. Ovvero, “una lesione dei suoi diritti fondamentali”.











