di Sandro Marotta
Quotidiano Piemontese, 19 ottobre 2024
“È mancato un peculiare livello di attenzione”. I familiari di Angelo Libero e i loro avvocati hanno convinto la gip a riesaminare il caso, che in precedenza era stato archiviato. Si dovevano adottare procedimenti e cure diverse per il detenuto? Angelo Libero “richiedeva un peculiare livello di attenzione”: così la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino ha commentato, riaprendolo, il caso del detenuto Angelo Libero che si era tolto la vita in carcere a Torino l’anno scorso; sulla vicenda c’è già stato un procedimento a carico di ignoti, terminato però in un’archiviazione.
La storia - Il detenuto aveva 44 anni e nel suo profilo medico erano indicate due patologie mentali; per questo motivo, secondo gli avvocati che hanno chiesto la riapertura del caso, Libero non avrebbe dovuto trovarsi in carcere, ma in una struttura dedicata alla salute mentale, ad esempio una Rems (Residenza per l’Esecuzione delle misure di sicurezza). Angelo Libero si trovava nella sezione B del “Lorusso e Cutugno” già all’inizio dell’estate del ‘23, quando aveva tentato di togliersi la vita. Nonostante questo episodio non era stato trasferito e a inizio luglio si era ucciso in cella; gli mancavano tre mesi da scontare. Il fatto era avvenuto quando Libero era stato lasciato da solo in cella, mentre il compagno era uscito in cortile e nessun agente stava sorvegliando gli spazi detentivi.
La sequenza di eventi di questa vicenda mettono in dubbio il fatto che siano state applicate davvero le norme del Regolamento di Esecuzione dell’Ordinamento penitenziario (R.E), in cui viene detto che l’osservazione del detenuto deve essere “rivolta ad accertare, attraverso l’esame del comportamento del soggetto e delle modificazioni intervenute nella sua vita di relazione, le eventuali nuove esigenze che richiedono una variazione del programma di trattamento”. Tra l’altro, la norma prevede che i detenuti con “infermità psichiche” debbano essere seguiti dal personale qualificato del servizio sanitario pubblico. In questo senso l’autolesionismo così come il suicidio di un detenuto potrebbe comportare un “reato omissivo improprio”: l’agente della penitenziaria, se non ha fatto il possibile per evitare il fatto, è come se l’avesse causato. La storia di Libero fa parte del più ampio quadro dei suicidi in carcere: nel 2023 erano morte 70 persone, secondo i dati dell’associazione Antigone. Al 17 settembre di quest’anno il dato è di 72.
Il procedimento e l’opposizione degli avvocati della famiglia - Sulla vicenda era stata avviata un’indagine a carico di ignoti e la pubblico ministero Delia Boschetto aveva chiesto l’archiviazione. I legali dei familiari di Libero (Gianluca Vitale e Pier Lorenzo Tavella), tuttavia si sono opposti e hanno presentato ricorso. La giudice per le indagini preliminari lo ha accolto e ora il caso è stato riaperto. Al centro del nuovo iter giuridico c’è la mancata attenzione al quadro sanitario del detenuto che, benché avesse già esternato più volte tendenze suicide, è stato lasciato solo dagli agenti e dall’amministrazione penitenziaria.










