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di Marina Lomunno

vocetempo.it, 19 dicembre 2024

“Anche al funerale di mia nonna il prete ha detto questa preghiera, lo ricordo bene”. Sandra (nome di fantasia) scoppia a piangere mentre l’Arcivescovo intona “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi”. Sandra è una delle detenute della Casa circondariale torinese che, martedì scorso, ha partecipato con i suoi compagni e compagne di cella alla Messa natalizia presieduta dal cardinale. La visita al “Lorusso e Cutugno” non a caso è stata una delle prime di Repole dopo il Concistoro del 7 dicembre, in linea con il mandato di Papa Francesco.

“L’avventura della strada, la gioia dell’incontro con gli altri, la cura verso i più fragili: questo deve animare il vostro servizio di cardinali”. Sono le priorità che il Papa ha indicato ai 21 neocardinali creati nel Concistoro e che l’Arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, ha iniziato a rendere visibili nelle prime uscite pubbliche con la porpora. Martedì 10, appena tornato da Roma, ha presieduto la Messa presso l’Arsenale della Pace: l’occasione, il 60° di fondazione, da parte di Ernesto Olivero e numerosi amici del Sermig, che dal 1983 a Torino e poi in Brasile e Giordania, cammina accanto agli emarginati e accoglie gli “scarti” della società. E poi domenica 15, durante l’abbraccio con i torinesi e i valsusini che hanno gremito la cattedrale di Torino per la Messa di ringraziamento, Repole nell’omelia ha richiamato commosso Yasmine: “la bambina della Sierra Leone in fuga in un mondo segnato da guerre, violenze, poteri che si scontrano”, unica sopravvissuta al naufragio nel mare di Lampedusa alla ricerca di futuro insieme a 44 disperati nel barcone dove invece hanno trovato la morte. “Che cosa dobbiamo fare perché questo Natale sia il nostro Natale? Dobbiamo reimparare a condividere e ce n’è un immenso bisogno nell’umanità di oggi”.

Lo stesso invito Repole ha rivolto ai reclusi e alle recluse durante l’omelia pronunciata nella cappella del penitenziario torinese, che è in sofferenza - come altre carceri della Penisola - per sovraffollamento, carenza di personale e strutture obsolete. Il Cardinale, accompagnato dalla direttrice Elena Lombardi Vallauri, prima dell’Eucaristia, si è soffermato in preghiera per incoraggiare un gruppo di agenti penitenziari. E poi nella cappella del carcere - dove campeggia un dipinto di san Giuseppe Cafasso, il patrono dei detenuti che abbraccia un recluso, e l’icona della Madonna Consolata - Repole, commentando il Vangelo della genealogia di Gesù, ha ricordato che “in ogni nome pronunciato, in ognuno di noi c’è una storia di gioie, umiliazioni, errori, fragilità e successi. Ma ogni nome ci dice che siamo persone uniche, irripetibili”. Ecco il senso della lunga lista di nomi degli antenati di Gesù, un bambino figlio di un popolo che ha a che fare con tutta l’umanità, nel bene e nel male, che ha condiviso con noi gioie e sofferenze, anche il carcere (ero carcerato e siete venuti a trovarmi).

“Gesù è venuto per tutti” ha proseguito il Cardinale “anche per me che ho sbagliato perché tutti sperimentiamo il fallimento nella vita ma Gesù, figlio dell’umanità è figlio di Dio anche nei luoghi di sofferenza. E ci dice che dagli errori, dalle sconfitte possiamo rialzarci e ricominciare: è l’augurio che faccio a tutti voi”.

Al termine della Messa, il diacono Michele Burzio, a nome dei cappellani, dei volontari che hanno animato la Messa, dei detenuti e del personale ringrazia Repole per aver scelto il carcere, luogo di fragilità, per celebrare la sua prima Messa da cardinale nella Novena di Natale. “Le siamo riconoscenti di essere qui perché per noi la sua presenza oggi segna l’inizio del prossimo Giubileo della Speranza: qui tutti abbiamo bisogno di speranza, non ci dimentichi”. E scoppia un applauso, tra i volti rigati dalle lacrime. “A Natale pregherò per voi, per i vostri cari ma voi pregate per me perché questo nuovo mio incarico possa essere, come ci ha detto papa Francesco, segno di speranza e di luce del Dio che viene a salvarci e ad abbattere le sbarre che ci dividono”.

È tempo di tornare in cella, in cappella rimangono i volontari. Mario (nome di fantasia) chiede a suor Piera Nespoli, vincenziana da 13 anni accanto alle donne ristrette, se può avere come regalo di Natale un “Tau” di legno da portare al collo: “Sono devoto di san Francesco, è un santo che ha scelto la povertà e anche io sono povero”. Suor Piera promette che glielo farà avere. Cosa significa stare accanto ai detenuti? “Innanzi tutto ascoltarli, non chiedere mai del loro reato come ci ha insegnato san Cafasso, far capire che li pensiamo, preghiamo per loro, per noi sono importanti. C’è tanta solitudine dietro alle sbarre”.

Beppe Bordello, volontario da otto anni alle Vallette, ha preparato numerosi detenuti ai sacramenti dell’iniziazione. Attualmente segue un ristretto albanese che ha riscoperto in carcere la fede dei suoi famigliari soffocata dalla dittatura. “La permanenza in carcere per molte persone si può paragonare a un ritiro spirituale ‘forzato’: hai tanto tempo per ripensare alla tua vita, dove stai andando, che uomo e che donna vuoi diventare dopo la pena… Ed ecco che, leggendo il Vangelo insieme e nella catechesi, ritornano i ricordi delle giornate passate in oratorio, delle preghiere imparate da bambini. E nascono le domande di senso. Noi proviamo a gettare un seme, il Signore fa crescere la pianta”.