sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Caterina Stamin

La Stampa, 22 dicembre 2025

Il fondatore di Libera: “Prendiamo le distanze dalla violenza, il progetto del Comune è coraggioso”. È sommersa di appunti la scrivania di don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera. Righe nere su fogli bianchi, corrette con inchiostri verdi o rossi. “Il tema è delicato, ho scritto appunti per non sbagliare”, ripete. Pesa ogni parola. E gesticola. Punta il dito sul tavolo in legno quando parla del patto per trasformare Askatasuna - centro sociale occupato e sgomberato - in bene comune: “È un progetto coraggioso da portare avanti: dobbiamo tutelare le positività condannando la violenza”.

E mima un abbraccio quando parla dei “ragazzi arrabbiati”: “Invece che preoccuparsi dei giovani, la società deve occuparsene veramente”. Come? “Creando progetti insieme a loro che hanno bisogno di concretezza e opportunità. Non dimenticandoci che le persone si incontrano e i problemi si affrontano, non viceversa”.

 

Don Ciotti, come definirebbe Askatasuna per chi non la conosce?

“Ossigeno per tante persone”.

 

Cos’è successo l’altro giorno, al corteo di protesta per lo sgombero?

“Quello che era già successo. Ed è un peccato: non può essere un gruppo di persone a distruggere il valore di quello che è stato fatto. Bisogna tutelare le positività”.

 

Quali valori?

“Askatasuna era diventato un luogo di aggregazione, dove si svolgevano attività per bambini, progetti di cultura e di servizio alle persone. Aveva una funzione sociale che non dobbiamo dimenticare”.

 

Il patto di collaborazione per trasformare l’immobile occupato in un bene comune è stato revocato. Si doveva salvare?

“Dobbiamo assolutamente fare in modo che possa andare avanti, era un progetto coraggioso”.

 

Perché?

“La città si arricchisce grazie al contributo di tutti nel costruire un orizzonte. E questo tiene conto anche dei centri sociali che sono laboratori di libertà e creatività, luoghi di protezione delle fragilità e delle vulnerabilità che ci attraversano”.

 

Sbagliato sgomberare Aska?

“Non ho gli elementi per dirlo. C’erano sei persone a dormire in un posto dichiarato inagibile? E c’era anche dell’altro? Ce lo dirà la magistratura. Ma è sbagliato criminalizzare un’esperienza, un progetto di grande valore”.

 

Ha quindi ragione Cacciari: è sbagliato non regolarizzare le occupazioni? Gli sgomberi creano frustrazioni?

“Sono d’accordo con lui. Quel progetto che si era creato per Askatasuna non deve morire ma andare avanti, perché vuol dire creare opportunità e riferimenti nel territorio”.

 

Secondo gli investigatori i militanti di Aska sono stati l’anima dietro ai disordini scoppiati in città negli ultimi mesi...

“La violenza non è accettabile: dà l’illusione di arrivare subito all’obiettivo perché toglie di mezzo l’ostacolo. Invece la storia ci insegna che tutti i metodi violenti non hanno cambiato mai nulla, anzi hanno inasprito le situazioni. La non violenza è un limite invalicabile: chi ha commesso dei reati deve risponderne, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio”.

 

Perché, al di là dell’oggetto della protesta, le manifestazioni finiscono troppo spesso con violenza?

“C’è tanta rabbia, che dobbiamo cogliere tutti insieme”.

 

Dove nasce?

“Scoppia dentro quando mancano le opportunità. Contesti sociali impoveriti tendono a creare gabbie materiali e mentali, imprigionano le esistenze e sviliscono i rapporti”.

 

Ci sono tanti minori tra chi prende parte alle violenze, dalle Ogr all’assalto alla redazione de La Stampa. Questo cosa ci dice?

“Mancano dei riferimenti. E mi chiedo: perché?”.

 

Che risposta si dà?

“Viviamo in una società che si preoccupa dei giovani ma che poi non se ne occupa come dovrebbe. Questa è una generazione che sperimenta in molti contesti processi di negazione ed esclusione: il loro ascolto potrebbe consentirci di stare al passo con l’evoluzione delle loro sensibilità”.

 

Questi ragazzi arrabbiati vanno capiti?

“Certo, però devono essere anche aiutati ad assumersi le loro responsabilità: non con proclami ma offrendo loro spazi e riferimenti”.

 

Come si fa a trovare un dialogo con chi non vuol sentire?

“Trovando il modo di offrire loro incontri e progetti. Negli anni 70 è successa la stessa cosa”.

 

Qual è la differenza con oggi?

“I ragazzi non hanno riferimenti o sono insufficienti. Allora tocca a noi costruire insieme, aiutandoli a essere parte di un percorso. Desiderano nutrirsi non di parole, ma di concretezza e opportunità. Un mondo migliore si costruisce anche grazie ai giovani e alla loro esperienza. So che è una grande scommessa, ma la storia insegna che è possibile”.

 

Come?

“Noi adulti dobbiamo diventare capaci di fare un salto di qualità per leggere le fragilità e non trincerarsi dicendo “ai miei tempi si faceva così, era diverso”. C’è bisogno di confronto e di ascolto reciproco. E Torino è una città che stava facendo tutto questo”.

 

È abbastanza?

“No, ma è questa la strada. I nostri giovani sono una priorità”.

 

Gli antagonisti si sono dati appuntamento a Capodanno e rischia di trasformarsi in una nuova guerriglia urbana...

“Speriamo di no. Sono giovani che hanno lottato per la Palestina e per l’imam ed erano obiettivi giusti, che qualcuno poi ha trasformato nel modo sbagliato. Abbiamo la responsabilità di chiederci come aiutarli a capire che non si possono prendere queste scorciatoie”.