di Andrea Rossi
La Stampa, 11 giugno 2023
Il sindaco: “Tra 15 anni Torino avrà un numero di anziani preoccupante per una città che vuole crescere”. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, lunedì sera nel santuario della Consolata, uno dei simboli di Torino, durante un incontro con i cittadini ha esternato, numeri alla mano, le sue preoccupazioni: se la città continua a invecchiare, e lo fa con questa rapidità, rischia di sgretolarsi. La situazione è questa: un calo di popolazione costante da anni - in dieci anni da 911. 823 a 858. 404 residenti - e una natalità che continua a calare. Nei primi tre mesi di quest’anno fra Torino e provincia sono nati 3. 058 bambini ma sono morte 6. 797 persone; nel 2022 l’intera provincia ha fatto registrare il record negativo di nascite (13. 500) il 36% in meno rispetto al 2008. La media italiana dice -31%.
Sindaco Lo Russo, che cosa intende dire?
“Che già oggi il 31% della popolazione, e parlo soltanto dei residenti, ha più di 60 anni, e ben l’8, 5% supera gli 80. Le do un altro dato per rendere ancora meglio l’idea: ci sono oltre 73 mila ultraottantenni a fronte di 119 mila minorenni”.
E quindi?
“Questo quadro, in continua e rapida evoluzione, sta cambiando in maniera sostanziale e rapida la struttura stessa della nostra città e di conseguenza le esigenze dei cittadini rispetto ai servizi loro erogati”.
Un Paese senza speranza, si direbbe...
“Io dico un Paese che deve seriamente occuparsi di questo fenomeno ormai evidentissimo, e non solo nelle grandi città. Tra qualche anno con questi trend temo si porrà addirittura il problema della tenuta del sistema pensionistico”.
In alcune città, come Torino, è più marcato. Come mai?
“Nel nostro caso credo dipenda principalmente da un fattore: assistiamo alla coda della grande crescita demografica vissuta fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80. I protagonisti di quell’ondata migratoria sono tra gli over 60 di oggi”.
Che cosa significa per chi amministra una città?
“Bisogna ripensare continuamente l’erogazione e la pianificazione dei servizi”.
Ad esempio?
“Pensiamo alla scuola: da anni a Torino siamo costretti a un lavoro di razionalizzazione del sistema scuola fatto di accorpamenti di sezioni che segue la riduzione del numero degli studenti. Un invecchiamento di questa portata della popolazione, invece, rende i servizi verso la terza età sempre più complessi e prioritari”.
Una città più vecchia è condannata alla decrescita?
“No, ma non deve sottovalutare l’impatto preoccupante di questo fenomeno. Per avviare un nuovo ciclo di crescita e garantire la tenuta anche economica del sistema bisogna invertire il trend. E, nel frattempo, adottare una strategia che tenga insieme due elementi: offrire servizi di qualità a una popolazione sempre più anziana e costruire condizioni di dinamismo economico che consentano ai giovani di scegliere la nostra città per studiare e lavorare”.
C’è chi sostiene che una città che si rimpicciolisce non sia poi così male: è più a misura d’uomo, l’ambiente se ne giova. È d’accordo?
“È dimostrato a livello internazionale che il parametro decisivo per quantificare il dinamismo economico e la qualità della vita di una città non è il solo numero assoluto dei residenti”.
E che cosa allora?
“Conta molto la loro distribuzione per classi d’età. Inoltre la questione va vista su scala metropolitana: soprattutto negli anni passati a fronte di un calo dei residenti a Torino si è visto un aumento nella prima cintura. È per questo che i dati di distribuzione dell’età della popolazione preoccupano più dei valori assoluti sui residenti”.
Però, per una città che invecchia e si rimpicciolisce ce n’è una che cresce: gli universitari sono sempre di più anche se poi molti, presa la laurea, se ne vanno.
“I 120 mila studenti iscritti agli atenei torinesi sono una grande scommessa sul futuro così come le migliaia di giovani e meno giovani che pur non essendo residenti vivono qui per lavoro. Noi dobbiamo trattenerli qui. Torino investe per ospitarli, farli studiare, formarli: è un patrimonio che non può essere disperso”.
Come si tengono insieme la città che invecchia e quella che deve attrarre i giovani?
“Le cose non sono necessariamente conflittuali. Le città devono essere attrattive per i giovani e questo non può e non deve essere in contraddizione con l’attenzione alle fasce deboli e agli anziani. Questa è la nostra sfida: aiutare i più fragili e al tempo stesso creare le condizioni economiche e i servizi perché i ragazzi che qui studiano e si formano scelgano di vivere a Torino. Ma c’è un’altra questione che riguarda i nostri ragazzi già oggi”.
A che cosa si riferisce?
“In città ci sono 27 mila minorenni stranieri residenti. Ed è chiaro che questo tema pone una questione centrale non solo a Torino ma all’intero Paese: consentire a questi ragazzi di poter acquisire la cittadinanza attraverso l’assolvimento dell’obbligo scolastico”.
Chiede lo ius scholae, insomma?
“Certamente offrirebbe un percorso di integrazione decisamente più robusto a questi ragazzi e favorirebbe una maggiore integrazione, sia per loro che per le loro famiglie”.
La destra al governo è contraria. Discorso chiuso?
“Ma questi sono argomenti da affrontare non da un punto di vista ideologico. Serve pragmatismo e soprattutto bisogna avere chiara qual è la traiettoria cui l’Italia andrà incontro qualora non si inverta il trend generale che riguarda tutto il Paese. Ripeto se non si inverte il trend il sistema della spesa per servizi pubblici, a partire da quelli pensionistici, temo non terrà a lungo”.
Al governo c’è chi la definisce sostituzione etnica.
“Mi pare un concetto irricevibile. Oggi la politica deve guardare in faccia la realtà. I numeri parlano da sé. Questi ragazzi hanno un senso di appartenenza al nostro Paese; dare loro la cittadinanza attraverso il percorso scolastico li farebbe sentire a pieno parte della nostra comunità anziché percepirsene esclusi come in molti casi accade oggi”.
Sicuro che questi argomenti possano fare breccia?
“Questi ragazzi studiano Dante, Garibaldi, la storia e la letteratura italiana esattamente come tutti i loro compagni. E molti di loro si sentono già italiani. È ora che il Parlamento affronti la questione per quella che è senza usare il tema dell’immigrazione non regolare per eludere un tema su cui, a mio modo di vedere, si possono trovare larghe convergenze. Peraltro il Paese reale è molto più avanti delle leggi dello Stato, soprattutto tra i giovani e nelle scuole. Tra l’altro lo Ius scholae sarebbe anche uno straordinario strumento per fronteggiare l’abbandono scolastico”.
Perché non lo Ius soli, cioè dare la cittadinanza a chi nasce in Italia prima ancora che vada a scuola?
“Mi concentrerei sullo Ius scholae. Che credo sia un punto di sintesi possibile”.











