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Torino. Emergenza suicidi in carcere, sit-in davanti al tribunale

di Giulia D’Aleo

La Repubblica, 1 ottobre 2023

“Le lungaggini burocratiche sono strumenti di tortura. L’estate di quest’anno al carcere delle Vallette è stata all’insegna dell’emergenza suicidi” ricordano le donne dell’associazione “Mamme in piazza per la libertà di dissenso”, che questa mattina hanno deciso di ribadirlo davanti al Tribunale di sorveglianza di Torino. Davanti a loro, circa 40 persone in tutto, ci sono 35 poliziotti schierati.

“Oggi ci troviamo qui davanti - dichiarano - perché il Tribunale ha la responsabilità e il potere di decidere in merito alle misure alternative al carcere, ma spesso impiega mesi per prendere decisioni fondamentali per la vita di un detenuto. I ritardi, le lungaggini, le mancate risposte, sono anche questi strumenti di tortura per le persone e accentuano il senso di disperazione”. Elencando al microfono i nomi di chi ha perso la vita quest’anno, “Graziana, Angelo, Susan, Azzurra”, denunciano come le vittime provenissero da condizioni di disagio psicologico, esacerbate dalla detenzione in uno degli istituti più affollati d’Italia.

“Graziana doveva scontare una pena breve, ma aveva una dipendenza dall’alcol. Il suo avvocato aveva chiesto il reinserimento in comunità, ma non c’era posto. Così si è tolta la vita poco prima della scarcerazione” spiegano. Susan, donna nigeriana di 43 anni, chiedeva di poter vedere il figlio, poi ha smesso di mangiare e di bere fino a lasciarsi morire. In mancanza di un numero adeguato di psicologi nella struttura, “esiste un abuso nella somministrazione di psicofarmaci, come denunciato anche da Antigone”.

Presente al presidio anche il referente piemontese dell’associazione “Sbarre di zucchero”, nata lo scorso anno dopo il suicidio una ragazza di 27 anni nel carcere di Verona. “Stiamo cercando di portare avanti una battaglia perché vengano concesse più telefonate ai detenuti. Spesso possono salvare la vita, ma dipendono molto dalla discrezionalità dei direttori”. La responsabilità dei suicidi, aggiunge, “non può essere degli operatori di polizia penitenziaria, che vivono anche loro in condizioni difficili”.