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di Marta Borghese e Luca Monaco

La Repubblica, 17 agosto 2024

Un anno fa i suicidi di due donne recluse. Oggi ci sono 1.500 detenuti a fronte di 1.100 posti. Un poliziotto ammette “Il carico di stress non ci permette più di essere lucidi”. I materassi in fiamme, il pavimento bagnato con l’olio da cucina per ritardare l’ingresso degli agenti, la rabbia sfogata contro le lampade al neon al centro delle sezioni, le telecamere di sorveglianza in pezzi. Intanto al terzo piano del padiglione B scoppia una rissa tra una decina di detenuti. Allo stesso piano, padiglione C, un uomo sbraita, chiede di essere trasferito in un altro istituto del Piemonte.

Il Ferragosto del Lorusso e Cutugno di Torino, una manciata di palazzine in cemento armato rosa all’estrema periferia nord della città, va avanti così fino alle due del mattino. Quando la protesta rientra sono stati già richiamati in servizio gli agenti in licenza anche dalle altre città del Piemonte. Otto poliziotti finiscono al pronto soccorso: due sono intossicati dal fumo, altri sei sono stati aggrediti e feriti dai detenuti. Uno di loro ha la mano fasciata. Se la caveranno tutti con un massimo di due settimane di riposo.

“Dall’inizio dell’anno si contano già 40 aggressioni e 50 agenti feriti - attacca il segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria (Osapp) Leo Beneduci - il carcere di Torino è in assoluta autogestione: i detenuti si sono appropriati del territorio e della legalità”. La rivolta di Ferragosto al Lorusso e Cutugno, 1500 detenuti a fronte di soli 1100 posti, racconta il malessere crescente che si respira negli istituti penitenziari del Piemonte, feudo elettorale del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. A un anno dalla morte Susan John, la quarantaduenne di origini nigeriane che si era lasciata morire di fame e di sete per rivedere il figlio, e della scomparsa di Azzurra Campari, suicida a 28 anni, poche ore più tardi, lo scenario sembra solo peggiore.

“Caserme per alleggerire le celle sovraffollate”, aveva annunciato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in visita al penitenziario il 12 agosto 2023. Nulla è stato fatto. Dopo la doppia tragedia niente è cambiato in meglio. In compenso “lavoriamo con un carico di stress accumulato che non ci consente più di essere lucidi quando serve - racconta uno degli agenti feriti a Ferragosto, 25 anni di servizio all’attivo - se prima i detenuti protestavano per delle istanze collettive, per ottenere maggiori benefici di legge, da alcuni mesi, ogni singola richiesta disattesa, diventa il pretesto per scatenare una protesta collettiva”. I motivi? “È sufficiente una pillola negata dal medico, anche se non fa parte della terapia prescritta, o una doccia negata”.

Ad allargare il fronte delle proteste da un istituto all’altro ci pensano i social. “Gli smartphone - ammette l’agente - sono endemici nelle carceri come le cimici nei letti delle locande del 1800”. Se è vero che sui social, TikTok su tutti, si moltiplicano i video delle proteste registrati dietro le sbarre, è vero anche “che il malessere generale nel quale vivono i detenuti li fa sentire più uniti - spiega la Garante dei detenuti di Torino Monica Gallo - perché il problema specifico che vive un utente oggi, nell’arco di una settimana diventerà il problema dell’altro, del compagno di cella. In questo quadro disastroso, il decreto Nordio non cambierà le cose”.

Dall’inizio dell’anno al Lorusso e Cutugno due detenuti si sono tolti la vita. La procura non ha ancora chiuso l’inchiesta per l’istigazione al suicidio di Alvaro Nunez Sanchez, un ecuadoriano di 31 anni: il 24 marzo scorso si impiccato in cella. Alvaro era schizofrenico, aspettava il trasferimento in una struttura sanitaria (Rems) da sette mesi. Non è mai arrivato.

Il carcere di Torino “andrebbe raso al suolo e rifatto completamente - taglia corto la consigliera regionale del Pd Nadia Conticelli - non hanno più effetto nemmeno gli interventi di derattizzazione”. Il ragionamento è stato offerto ai giornalisti al termine della visita della delegazione del Pd all’interno del carcere che si è svolta il il 14 agosto. Poco ore dopo è deflagrata l’ultima rivolta.

È partita dal padiglione B. Si è estesa al padiglione c, il corridoio che i detenuti chiamano comunemente corso Francia, un rimando agli 11 chilometri di viale che portano al cuore di Torino. Al terzo piano i detenuti, ubriachi con della grappa artigianale, si sono barricati nelle sezioni rifiutandosi di entrare in cella: hanno sfasciato tutto. Contemporaneamente al piano inferiore incendiavano i materassi. Al primo piano hanno rovesciato l’olio sul pavimento per sbarrare la strada degli agenti. Non a caso la protesta è nata al terzo piano del padiglione C, “il più deteriorato, con le guaine da rifare - aggiunge Gallo - dai muri affiorano gli scheletri del cemento armato: la fatiscenza e il degrado sono tali da ridurre le speranze riabilitative”.

La rivolta è andata avanti fino alle due del mattino, quando non si erano ancora spenti gli echi della guerriglia di 15 giorni prima nell’istituto minorile Ferrante Aporti. Ieri sera un altro agente è stato aggredito a Ivrea: “Un ospite voleva vistare un amico in un’altra sezione - racconta Vicente Santilli del Sappe - non ce la facciamo più”.