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di Marina Lomunno

Avvenire, 23 febbraio 2023

Un incontro a Torino ha fatto il punto sull’emergenza suicidi in carcere. Il 2022, con 85 detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre, ha fatto registrare un tragico record nel numero dei suicidi: una piaga delle galere italiane che sembra non rimarginarsi.

Era dal 2009, quando i suicidi raggiunsero quota 72, che non si assisteva a una tale ecatombe. E il 2023? Ad oggi sono già 6 i reclusi che si sono ammazzati in cella. “Un’emergenza tragica e un allarme che non si può non ascoltare”, ha detto Bruno Mellano, garante dei detenuti del Piemonte (5 i casi in regione: 4 a Torino e 1 a Saluzzo), introducendo ieri un incontro per presentare la ricerca “Per un’analisi dei suicidi negli istituti penitenziari”, curata dal Garante nazionale delle persone private della libertà personale (e consultabile su www.cr.piemonte.it).

A presentare lo studio, nella sede della Regione, è intervenuta Emilia Rossi, del collegio del Garante nazionale, che ha sottolineato come il mondo carcerario della Penisola stia vivendo un momento di particolare criticità che non può essere solo un problema di chi vive dietro le sbarre, ma “una questione sociale che ci coinvolge tutti, perché è la punta di un iceberg di un malessere diffuso, non solo in carcere”.

Nel 2022 nei 190 istituti penitenziari italiani, dove sono recluse (al 31 dicembre 2022) 56.174 persone, di cui 2372 donne, i decessi sono stati 214: oltre a quelli per cause naturali, si contano 85 suicidi (80 uomini, 5 donne, 49 italiani e 36 stranieri di cui 20 senza dimora). L’età media di chi si è tolto la vita è 40 anni, 37 tra i 26 e i 39 anni e 10 giovani tra i 18 e i 25. “Sovraffollamento, degrado, picchi di caldo estivi non rappresentano fenomeni nuovi e ad essi non si può attribuire la causa dei suicidi in carcere avvenuti lo scorso anno, salito a 85, da una media di 44 l’anno dell’ultimo decennio - ha proseguito Emilia Rossi -; lo testimonia il fatto che ben 50 persone si sono tolte la vita entro sei mesi dall’ingresso nel carcere, di cui 10 entro le prime 24 ore, e che non sono rari i casi di suicidio nel trimestre che precede l’uscita dal carcere, dovuto alla mancanza di prospettive e alla paura del futuro”.

Ma come mettere fine a questa escalation di morte che affligge soprattutto i ristretti “invisibili”, quelli che “passano inosservati e non sono ascoltati”? Casa e soprattutto lavoro - come hanno rimarcato i garanti intervenuti, tra cui Monica Cristina Gallo (Torino) e il portavoce nazionale della Conferenza dei Garanti territoriali Stefano Anastasia (garante regionale del Lazio) - sono elementi essenziali, per assicurare il volto costituzionale della pena, che, secondo l’articolo 27 della nostra Costituzione, è sempre orientata alla risocializzazione, rieducazione, reinserimento di tutti i condannati.

“Perché è assodato che, laddove il tempo della detenzione è impiegato per la formazione e il lavoro, garantendo una prospettiva per il dopo carcere, la recidiva si abbassa. E sicuramente avere una prospettiva futura allontana il pensiero di gesti autolesionisti che troppo spesso sfociano nel suicidio”.