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di Elisa Sola

La Stampa, 21 agosto 2025

Esposto in procura dei familiari dell’uomo morto al Lorusso e Cutugno: “Mio fratello ha subìto un arresto concitato. Non doveva andare in prigione”. Quattordici ore tra l’arresto e la visita medica. Oltre dieci trascorse da solo nella camera di sicurezza senza ricevere cure ospedaliere. Diciassette escoriazioni forse provocate dalle fasi concitate del fermo. Ventidue minuti tra il momento in cui si è tolto la vita nella cella 214 del carcere Lorusso e Cutugno e l’inizio delle operazioni di soccorso. Infine, una constatazione: “È stato ignorato il grave ed evidente malessere psicologico”. C’è un esposto, depositato alcuni giorni fa, in cui si esortano gli inquirenti a indagare, riguardo alla morte di Hamid Badoui, su presunti “comportamenti omissivi” di poliziotti e personale del carcere che potrebbero avere determinato il suicidio del detenuto di 41 anni. La denuncia è della sorella della vittima, Zahira Badoui, che si è rivolta all’avvocato Luca Motta “affinché si faccia giustizia”.

Hamid, emigrato dal Marocco a Torino con la famiglia 15 anni fa, era piombato nel tunnel del crack. Dopo essere stato più volte in carcere negli ultimi sei anni, la scorsa primavera era stato portato in Albania, nel Cpr di Gijader. Un mese e tre giorni che l’uomo aveva definito infernali, parlando con il suo legale. Liberato e tornato a Torino, Badoui è stato arrestato 48 ore dopo in corso Giulio Cesare. Aveva fatto chiamare lui la polizia, convinto di avere subito una truffa. Ma l’arresto l’uomo, molto agitato anche per via della droga che aveva assunto, ha opposto resistenza. C’è stata una colluttazione in cui sono rimasti tutti leggermente feriti. Ma, così viene segnalato nell’esposto, “gli agenti sono andati a farsi refertare in ospedale subito, Hamid è, invece, stato lasciato solo nella camera di sicurezza per oltre dieci ore”. Badoui viene arrestato il 17 maggio alle 14. E alle 3 e 43 di notte entra in carcere. “È stato visitato soltanto alle 4 e 20 di notte”, precisa la denuncia dell’avvocato Motta, che aggiunge: “Non gli viene prescritta alcuna visita psichiatrica”. Il “rischio suicidario” era stato definito “basso”.

Poche ore dopo, alle 6.07 del mattino, Badoui si impicca con un laccio della scarpa. L’autopsia, svolta dal medico legale Camilla Bonci, conferma che la causa del decesso è l’asfissia determinata dall’impiccagione. Le altre lesioni sul corpo sono “superficiali e dalle dimensioni contenute” e, in ogni caso, “non hanno avuto alcuna incidenza causale né concausale nel determinismo del decesso”. Resta il fatto, sottolinea Zahira Badoui, che nessuno, tra l’arresto e il suicidio, si sarebbe preoccupato di curare l’uomo “né dal punto di vista fisico né psicologico”. La donna chiede alla magistratura di indagare anche sulla procedura adottata durante l’arresto: “Era facoltativo - c’è scritto nell’esposto - e l’utilizzo della forza degli operanti si evince peraltro dalla relazione autoptica, dove vengono riportare in maniera dettagliata ben 17 escoriazioni ovvero ecchimosi, non ricollegabili a traumi post mortem”. Gli agenti ritengono, invece, di avere agito in maniera corretta. Colpiti dall’arrestato, avrebbero cercato di contenerlo senza usare la forza in maniera sbagliata. Anzi. Sarebbero stati insultati e aggrediti da due passanti, poi denunciate per avere intralciato le operazioni dell’arresto.

La famiglia Badoui insiste: “I poliziotti dopo l’arresto sono andati in ospedale e hanno lasciato Hamid più di dieci ore da solo in una camera di sicurezza. L’arresto era facoltativo. E non doveva andare in carcere. Manca anche il decreto del pm. Hamid poteva stare benissimo ai domiciliari. La sua condizione psicologica, al di là di quella fisica, è stata nettamente sottovalutata. Aveva chiesto aiuto per un’ingiustizia subita e si è trovato, nel giro di pochi minuti, a passare da vittima a indagato. Ed era già molto provato per la detenzione patita presso il cpr in Albania”. “Alla luce di quanto descritto - è la conclusione della denuncia - parrebbe dunque ipotizzabile, più che di istigazione al suicidio, il reato di omicidio colposo, da ascriversi a una catena di negligenze o comportamenti superficiali e omissivi posti in essere da diversi soggetti”, dagli “agenti di polizia intervenuti, al medico di guardia, ai poliziotti penitenziari che, tramite condotte omissive hanno concorso causalmente a cagionare la morte di Hamid”.