di Claudia Osmetti
Libero, 18 novembre 2019
Colloqui individuali e di gruppo, filmati e lezioni con lo psicoterapeuta. Ma solo due su dieci riescono a cambiare vita. Chiariamo subito: non è mica Arancia meccanica. Ché la "rieducazione", qui, non ha niente a che vedere con il "trattamento Ludovico". E per fortuna.
La questura di Torino ha appena firmato un protocollo con quattro associazioni che si occupano di seguire gli uomini violenti in un percorso di reinserimento. Li aiutano, cioè, a levarsi di dosso la rabbia per fermare sul nascere quel vortice di pugni, calci e insulti che troppo spesso finisce nelle pagine di cronaca dei nostri giornali.
Il concetto è semplice: loro (i violenti) compaiono davanti a un giudice e il giudice li invita a contattare uno di questi centri. Li invita, sì: perché la volontà di cambiare è alla base di qualsiasi cambiamento. (Tra parentesi: ci sono anche i coatti, ma loro seguono un percorso parallelo, perché prima di tutto devono superare la fase "negazionista"). "Nell'80% dei casi raggiungiamo buoni o ottimi risultati", commenta Roberto Poggi, vicepresidente del Cerchio degli uomini, una delle associazioni piemontesi: "Mediamente un percorso dura dai sei mesi all'anno e mezzo e due persone su dieci riescono a ribaltare completamente la loro vita". Numeri importanti che, però, stridono con quelli complessivi del fenomeno.
Solo a Torino, e solo nei primi dieci mesi del 2019, il tribunale ha "ammonito" 144 violenti, praticamente uno ogni due giorni. Ma cosa avviene dopo che il magistrato di turno alza il cartellino giallo? "Per prima cosa facciamo una serie di colloqui individuali che ci permettono di valutare la situazione", spiega Mario De Maglie, psicologo, psicoterapeuta e soprattutto vicepresidente del Cam, il Centro di ascolto uomini maltrattanti.
Il Cam, che ha sulle spalle già dieci primavere, è la prima struttura nata in Italia per operare in questo settore. De Maglie, insomma, parla a ragion veduta. Questi incontri preliminari durano circa un mese e provano a sondare l'insondabile. Con un unico scopo, quello di capire quale motivazione ci sia stata alla base dei gesti violenti che hanno richiesto l'aiuto specializzato. "Contattiamo anche la donna, perché è importante che sappia che il proprio partner ha iniziato un percorso di questo tipo". Il grosso del lavoro, però, arriva adesso.
Per sei mesi si creano gruppi di carattere psico-educativo che toccano argomenti specifici: dalla genitorialità all'alterazione dovuta a sostanze psicoattive. È una sorta di piccola "scuola" (guai a usare il termine con gli addetti ai lavori, ma tra profani possiamo capirci) che alcuni esercizi fa emergere i comportamenti scorretti. In quelle "lezioni" si vedono filmati, vengono date dispense e si chiede ai partecipanti di immedesimarsi nel casi proposti.
A questo punto, sappiate, siamo solo a metà. Il secondo gruppo è il più ostico, ma probabilmente anche il più liberatorio: quello psico-terapeutico. Immaginatevi una decina di uomini seduti in cerchio su delle sedie di legno. Stanno zitti, hanno lo sguardo per terra. Alcuni sono anche in imbarazzo. Lo psicoterapeuta che li segue li invita a parlare e uno di loro rompe il silenzio. Racconta di quella volta (è un esempio, s'intende) che era a casa e stava guardando la partita, la sua fidanzata era passata per prendere qualcosa e gli ha oscurato momentaneamente il televisore.
Lui è uscito di matto, le ha rifilato due scappellotti, l'ha spedita al pronto soccorso. Nella stanza non fiata nessuno, dopo qualche minuto un altro partecipante azzarda un commento e sostiene che anche lui, al posto di quella donna, avrebbe avuto paura. "Un conto è quando c'è un operatore che ti dice che hai superato il limite. Un conto è quando te lo dice una persona come te, che ti sta vicino e sta vivendo il tuo stesso problema", continua De Maglie.
I segreti per sconfiggere la violenza, tutto sommato, sono semplici: riconoscere l'errore, confrontarsi con gli altri, non mollare alla prima difficoltà. "Con una precisazione fondamentale", puntualizza l'esperto: "La violenza non è una patologia, è una scelta. Noi siamo parte attiva dei nostri comportamenti e per questo possiamo evitarla. Le ultime rilevazioni Istat ci dicono che tre donne su dieci hanno subito qualche forma di maltrattamento almeno una volta nella vita": tre su dieci è un numero a ribasso, perché tiene conto solo delle denunce protocollate. "Se aggiungiamo anche il sommerso", chiosa De Maglie, "possiamo dire che la metà delle donne, in Italia, ha subìto una qualsivoglia violenza: sono numeri troppo ampi, non possiamo sostenere che, di contro, la metà degli uomini è affetto da una malattia, non sarebbe credibile". Le storie, alla fine, si rincorrono un po' tutte.
Anche se ognuna è violenta a modo suo. Perché è così anche la vita: non si può generalizzare. E allora c'è Fabio che l'ha capito tardi che quei suoi gesti, "uno più brutto dell'altro e talmente piccoli se presi singolarmente che passavano inosservati", non avevano niente a che fare con l'amore e non è riuscito a salvare la sua relazione: ma la sua esistenza forse sì, perché ha ricominciato con un'altra donna e adesso è tornato a star bene.
C'è Roberto che fa l'imprenditore e un giorno colpisce con una testata sul naso la sua compagna: lui si dice che "passerà anche questa", lei chiede l'allontanamento al tribunale e a Roberto sembra di piombare in un incubo. "La consapevolezza è arrivata progressivamente", dice, "solo così ho iniziato a vedere i miei errori".
E c'è anche Giuseppe, che lavora in ospedale ed è gelosissimo di sua moglie, al punto di costringerla a cambiare abitudini. Hanno tre figli, e questo non gli impedisce di importunare la sua consorte fino a beccarsi tre giorni di custodia cautelare dietro le sbarre, 9 mesi di domiciliari e più di un anno di carcere: "Essere seguito è stata la mia salvezza, mi ha fatto vedere le cose in modo diverso. Adesso so che il bicchiere è mezzo pieno e non solo mezzo vuoto". (Tutte queste testimonianze sono prese dal sito di Uomini non più violenti si diventa, un'altra associazione che lavora tra Milano, Lodi e Varese).
"Fare questo lavoro mi ha aiutato tantissimo", fa sapere Massimo Crucitti, counselor di Uomini non più violenti si diventa: "Alla base della violenza c'è spesso un aspetto educazional-culturale che va corretto. Da noi i gruppi sono sempre condotti solo da uomini perché vogliamo creare un ambiente di comprensione che non fa rima con giustificazione".
Appunto: "Da quando mi sono imbarcato in questo mestiere ho capito che io stesso attuavo con le mie compagne delle tecniche sbagliate, magari lo facevo inconsciamente. Per questo nel relazionarmi con i miei gruppi sono molto franco e cerco di non minimizzare mai quello che succede o è successo".
Crucciati va dritto al punto: "Noi operiamo anche un altro passaggio, nel percorso di riabilitazione. Quello del tutoraggio. Cioè seguiamo sul campo le persone che ci chiedono un aiuto". Situazione tipica: durante una separazione lui deve andare a casa per prendere le sue cose e sa che lì incontrerà lei. "È un caso classico, potenzialmente pericoloso. Noi ci offriamo di accompagnare l'uomo, e basta la nostra presenza per evitare il peggio".
Dopodiché, certo: le violenze non sono tutte uguali. "Spaziamo da quelle fisiche a quelle verbali. Ma ci sono anche quelle economiche (della serie: "Non ti dò i soldi per fare la spesa perché non mi fido di te", ndr)", chiarisce Poggi, "e poi c'è lo stalking vero e proprio che ha diverse declinazioni, dal sadico al romantico".
Purtroppo chi ne è vittima lo sa fin troppo bene quante sfumature di maltrattamenti ci sono. Nel 2014 è stata creata la rete Relive che mette in comunicazione le associazioni come il Cam di Di Maglie o il centro di Poggi o quello di Crucitti. Oggi ce ne sono una quarantina su tutto il territorio nazionale. Agli utenti non chiedono un euro (se non, in alcuni casi, a titolo di contributo volontario) e fanno del bene. Letteralmente.










