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di Nicolò Fagone La Zita

Corriere di Torino, 17 agosto 2026

La Garante comunale dei detenuti Diletta Berardinelli condivide le preoccupazioni dei sindacati di polizia: “Deve essere garantita la sicurezza degli agenti e di tutte le persone che vivono all’interno dell’istituto”. Cinquantatré agenti della polizia penitenziaria aggrediti dall’inizio dell’anno. È il dato diffuso dall’Osapp dopo l’ultimo episodio al Lorusso e Cutugno, dove quattro agenti sono stati feriti e trasportati in ospedale dopo la colluttazione con un detenuto. Un numero che fotografa una tensione ormai quotidiana dentro il carcere torinese e che riaccende lo scontro sulle condizioni di sicurezza, sulla carenza di personale e sulla gestione di chi vive dentro l’istituto.

Da una parte i sindacati, che parlano di una situazione “fuori controllo” e chiedono interventi urgenti. Dall’altra il tema, altrettanto delicato, delle condizioni di detenzione, della salute mentale e del rispetto dei diritti. È dentro questa tensione che si colloca il lavoro di Diletta Berardinelli, garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino.

Berardinelli, 53 aggressioni in otto mesi. È ancora possibile parlare di episodi isolati?

“No, non possiamo considerarli tali. Ogni aggressione è grave e il dato deve preoccuparci. La sicurezza degli agenti deve essere garantita, così come quella di tutte le persone che vivono all’interno dell’istituto. Ma proprio un numero così alto dovrebbe spingerci a interrogarci sulle cause di questa escalation e sulle condizioni complessive del carcere”.

I sindacati sostengono che il carcere di Torino sia fuori controllo. È d’accordo?

“Non si può affermare il contrario. L’emergenza è quotidiana, domani potrebbe accadere lo stesso o anche peggio, si rischiano tragedie tutti i giorni. Per questo non mi focalizzerei sul detenuto in questione. Il problema è più serio: serve ripensare il modello penitenziario. Oggi il Lorusso sta diventando un carcere psichiatrico, senza che abbia gli spazi e gli strumenti adatti. Il sovraffollamento è evidente e diversi detenuti dovrebbero stare in altre situazioni di cura. Molti giovani presentano un quadro di disturbi psichici e abuso di sostanze. Gli servono contesti nuovi, solo così si può garantire un reinserimento positivo nella società. Come può occuparsene un carcere con un mediatore culturale e 18 educatori per più di 1.400 detenuti? Bisogna cambiare sistema se non vogliamo che gli agenti diventino una valvola di sfogo. Per il bene di tutti”.

I sindacati però descrivono anche altri problemi…

“Ci sono diversi elementi. Il personale, l’organizzazione, le condizioni strutturali, il sovraffollamento, la gestione delle situazioni di fragilità psichica. Sono problemi che si intrecciano e che non possono essere affrontati separatamente. Bisogna intervenire sulla salute mentale, sulle condizioni materiali, su attività e trattamenti e sulla capacità di differenziare adeguatamente le diverse situazioni. Non possiamo pretendere che la polizia penitenziaria, da sola, riesca a gestire problematiche che richiedono competenze sanitarie, psicologiche e sociali”.

Perché fa riferimento anche alle condizioni strutturali?

“Il carcere torinese è giovane, nato nel 1986, ma è stato fatto malissimo. Sarebbe da abbattere e ricostruire. Gli esempi sono diversi: dal tetto piatto, con continue infiltrazioni, all’assenza di una sala di preghiera per i musulmani, che compongono il 46% dei detenuti). Non ci sono spazi per attività di gruppo. Al momento siamo solo riusciti a raccogliere dei ventilatori ed è in corso una disinfestazione”.

Esiste la volontà politica di cambiare?

“Di certo manca l’ascolto. Le ultime norme decise dal governo sono troppo securitarie, puntano sulla carcerazione piuttosto che sulla rieducazione. Eppure abbiamo già una tradizione di massima capienza usurata. Si pensa di rinchiudere il problema anziché affrontarlo di petto”.