di Massimo Massenzio
Corriere di Torino, 26 luglio 2023
La garante Cristina Gallo: “È sovraffollata e senza risorse bisogna affidarsi ai volontari”. “Bisogna sfatare il mito che il carcere di Torino possa essere la panacea di tutti i mali”. Monica Cristina Gallo, garante della Città di Torino per i diritti delle persone private della libertà personale, è convinta che la casa circondariale delle Vallette sia diventata negli anni un comodo “parcheggio” per detenuti che arrivano da fuori regione per una diagnosi psichiatrica e poi rimangono al Lorusso e Cutugno in attesa di una sistemazione alternativa che non arriva mai.
Cosa intende per falso mito?
“Torino è stata una delle prime città in Italia a dotarsi di una struttura per la tutela della salute mentale in carcere. Era un punto di riferimento nazionale, ma sono passati 20 anni e i locali si sono sgretolati e si sono persi anche i contenuti. Ma gli invii continuano e questo crea un problema. Non l’unico, certo”.
La polizia penitenziaria di recente ha chiesto - provocatoriamente - l’invio dell’esercito. Cosa ne pensa?
“Mi preoccupa perché sembra una resa. I sindacati hanno ragione quando protestano per le carenze di organico e comprendo l’agitazione per i cambiamenti in atto. C’è tanto da fare, ma qualcosa è stato anche fatto. Pensiamo allo sportello “dimittendi” che crea un ponte con il ritorno alla vita. In mancanza di risposte “dall’alto” e in assenza di investimenti concreti dobbiamo trovare soluzioni a livello locale”.
Ha già un’idea in mente?
“Un ritorno al passato, attribuendo un vero ruolo al volontariato. Non limitarsi a utilizzare i volontari per portare cibo, vestiti e biancheria, ma riconoscere il loro potenziale nella creazione di relazioni umane e organizzare una rete che funzioni. Qualcosa si può e si deve fare. Il Comune ha investito risorse per eseguire una mappatura delle associazioni che operano dentro e fuori dal carcere. Adesso è necessario affidare loro una missione e coordinarle. In maniera tale che la presenza sia più o meno costante e che i percorsi iniziati non si interrompano improvvisamente. Come succede d’estate, che è sempre il periodo più critico e la cronaca quotidiana ce lo ricorda in questi giorni”.
Proprio in questi giorni le criticità maggiori riguardano i detenuti con problemi psichiatrici, ma non sono le uniche. Come si può intervenire?
“Sono necessarie nuove professionalità. C’è bisogno di personale formato e specializzato che sia in grado di intercettare e comprendere il disagio. Ma per tutta la popolazione carceraria, senza distinzioni. Pensiamo ai giovani detenuti che in carcere frequentano una “scuola di criminalità”. Per loro bisogna creare una strada che faccia intravedere alla fine qualcosa di diverso. È fondamentale spostare il confronto con questi ragazzi su temi differenti”.
A Torino ci sono oltre 1400 detenuti a fronte di 1100 posti, con un tasso di recidiva molto alto. In queste condizioni la risocializzazione è ancora possibile?
“Diciamo che il carcere è da ripensare, con nuovi spazi dedicati e luoghi dove svolgere attività professionali, ma anche laboratori artistici. Parliamo di una struttura enorme, che per la metà dovrebbe essere dichiarata inagibile. E potrebbe essere gestibile con una popolazione dimezzata. Quando ho iniziato a occuparmene c’erano 5 vicedirettori e un direttore. Oggi c’è solo una direttrice, appena arrivata, che spero resti a lungo per intraprendere un percorso di cambiamento. È l’unico modo se si vuole che il carcere assolva alle funzioni per la quale è stata creata”.










