di Gioele Urso
torinotoday.it, 12 dicembre 2023
“Quel che accade fuori dal Cpr è figlio degli effetti che quelle strutture provocano in quelle persone”, ha detto Jacopo Rosatelli. Ogni persona detenuta dentro il Cpr di corso Brunelleschi costa allo Stato 19.707 euro l’anno. Una cifra enorme, ma non la più impressionante se si considera che per il CPR di Milano il costo è di 33.421 euro a persona l’anno a fronte di una capienza media di 21 persone e che a Caltanissetta sono 56.913 a fronte di una capienza media di 50 persone.
Dati pubblicati da ActionAid e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari che sono stati messi in evidenza dalla garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, questa mattina - lunedì 11 dicembre - durante un incontro che si è tenuto in Comune al quale ha partecipato Jacopo Rosatelli, assessore al welfare della Città.
Obiettivo dell’incontro “mostrare razionalmente con dati alla mano che è possibile contemperare le esigenze della sicurezza dello Stato e del rispetto dei diritti umani con misure più efficaci rispetto ai CPR”, ha spiegato l’assessore Rosatelli. Il CPR di Torino al momento non è in funzione perché chiuso nei mesi scorsi per la necessità di effettuare lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza, ma secondo il ministro dell’Interno Piantedosi rientrerà in funzione e verrà ampliato. Al momento però i lavori di ristrutturazione dopo svariati mesi non sono ancora iniziati.
Cosa dicono i dati dunque? All’interno del CPR di corso Brunelleschi nel 2022 sono transitati 879 cittadini non comunitari e di questi solamente 240 sono stati rimpatriati. Situazione ancora più paradossale se si considera il 2023, anno in cui a marzo il CPR viene chiuso: fino alla chiusura sono stati rimpatriati 46 cittadini extracomunitari, mentre a CPR chiuso fino al 31 agosto ne sono stati rimpatriati 36.
Numeri che secondo Monica Gallo, la garante dei detenuti, dimostrano l’inutilità della struttura. “Il CPR di Torino è il simbolo del fallimento del sistema. Lì dentro le persone vengono messe dentro gabbie. È da 25 anni che nella nostra città esiste il CPR in mezzo ai palazzi e nemmeno i residenti sanno cosa succede dentro quella bolla”.
Senza contare i temi politici come il pericolo ‘radicalizzazione’ messo in evidenza dal consigliere comunale Luca Pidello, oppure le ricadute economiche che queste politiche di sicurezza hanno sul portafoglio dei cittadini. “Quando quella persona esce da quei cancelli rappresenta una domanda di intervento all’ente locale che non è messo in condizione di occuparsene”, spiega Rosatelli, “Dal punto di vista della coesione sociale di una città l’esperienza del CPR è problematica, sollecita risposte che i Comuni vengono in qualche modo lasciati soli nel fornire. Questo per il Comune rappresenta un problema, una criticità. Quel che accade fuori dal CPR è figlio degli effetti che quelle strutture provocano in quelle persone”.
Da qui nascono le sollecitazioni che sono nate da un tavolo di lavoro organizzato dalla Città su iniziativa della Garante dei detenuti. Le richieste che vengono fatte sono quattro: presa in carico della situazione individuale al fine di valutare le prospettive di regolarizzazione o rimpatrio volontario; misure alternative al trattenimento amministrativo; presa in carico dei cittadini stranieri trattenuti per il tempo del riconoscimento presso le Camere di Sicurezza della Città; riconoscimento del detenuto durante il periodo detentivo.










