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di Massimo Massenzio

Corriere di Torino, 21 maggio 2025

Nel Centro sono rimasti 27 ospiti e una sola area agibile. Dopo gli incendi e le rivolte all’interno del Cpr di corso Brunelleschi, non si placano le polemiche sui costi della struttura, riaperta lo scorso 24 marzo dopo due anni di chiusura. Ieri mattina la garante delle persone private della libertà Monica Gallo e l’assessore comunale alle Politiche Sociali Jacopo Rosatelli si sono presentati all’ingresso per rendersi conto della situazione, ma solo la garante, dopo 18 minuti di attesa, è riuscita a varcare il cancello.

“La nostra visita era stata comunicata alla Prefettura, ma mi è stato detto che la richiesta deve essere presentata con una settimana d’anticipo - ha raccontato Rosatelli -. Ho già inoltrato una nuova richiesta e non nascondo che il giorno prima la commissione aveva già avuto accesso, ma, come assessore alle Politiche Sociali credo di avere comunque il diritto di entrare in una struttura pubblica, pagata anche dai torinesi. Che mostra la sua totale chiusura verso l’esterno”.

All’interno dell’unico blocco ancora funzionate sono rimasti 27 “ospiti”, 14 dei quali sono di nazionalità marocchina: “Una situazione assurda, un controsenso dal punto di vista legislativo - commenta Gallo -. Non hanno documenti in regola, ma, non essendoci accordi con il Marocco, non potranno essere rimpatriati. Quindi verranno rilasciati alla scadenza dei termini e ritorneranno a essere clandestini sul territorio italiano. Più o meno quello che è successo al ragazzo che l’altro giorno si è ucciso in carcere. Una persona radicata in Italia, arrivata a Lampedusa addirittura nel 2017. E che è stata anche nel Cpr in Albania prima di togliersi la vita in carcere. Forse proprio per paura di rientrare in posti come questo. E non capisco come possa essersi impiccato con i lacci in cella. Un suicidio che, per certi versi, mi ricorda quello di Alessandro Gaffoglio”.

Fra pozzanghere e detriti, la garante ha parlato con tutti i “trattenuti” presenti: “Si sono avvicinati loro, mi hanno raccontato le loro storie, la loro disperazione e l’intolleranza verso questo sistema che non offre nessuna prospettiva. Se non quella di entrare e uscire da una struttura dove si vieni privati della libertà e della dignità. Un luogo dove il tempo si dilata all’infinito, dove non si fa niente. Il tutto con un prezzo altissimo per la comunità, a fronte di risultati praticamente nulli”.

Le statistiche documentano che, dal 24 marzo al 6 maggio, sono stati effettuati 7 rimpatri dal Cpr di Torino: “Numeri che non giustificano un investimento di questo genere. Anche perché in 2 casi si è trattato di rimpatri volontari, incentivati da un budget messo a disposizione alla partenza e all’arrivo”. Sulla questione dei costi è intervenuto anche l’assessore Rosatelli: “Al di là di ogni orientamento politico o delle diverse “sensibilità”, un centro di questo genere rappresenta un evidente spreco di risorse. Oltre ai soldi pubblici spesi inutilmente, penso anche alle forze di polizia che potrebbero essere impegnate in altri compiti, da cui invece vengono distolte. Con tutti i rischi del caso, come abbiamo visto in queste settimane”

I primi due mesi della nuova gestione sono stati particolarmente difficili. Due rivolte, un’area completamente inagibile e altre due ancora da completare: “Una parte del Cpr dovrà essere ristrutturata a spese dei cittadini per continuare a far sopravvivere un luogo dove manca il rispetto dei valori fondamentali dell’essere umano. E questo, sia chiaro, nulla ha a che fare con chi la gestisce o ci lavora. Riguarda invece l’incapacità di trovare un’alternativa che punti ad investimenti sociali invece di alzare muri di cemento”.