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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 30 ottobre 2024

L’appello di associazioni, enti del terzo settore, sindacati e professionisti. “Noi siamo umani”. Questa scritta, trovata su un muro del Cpr di Torino, rappresenta un grido silenzioso che ancora riecheggia tra le pareti della struttura di corso Brunelleschi, chiusa dal marzo 2023. Elena Ferro, segretaria della Camera del lavoro di Torino, lo definisce come “il buco nero della democrazia”, dove i segni delle rivolte - dalle scarpe abbandonate ai biglietti sparsi - testimoniano una storia di disperazione e resistenza. Ora rischia di riaprire. La chiusura del Centro, ricordiamo, è avvenuta in seguito a una serie di eventi drammatici, culminati nel suicidio del ventitreenne Moussa Balde.

Il giovane, vittima di un’aggressione a Ventimiglia, era stato trasferito a Torino e confinato nella sezione “ospedaletto”, caratterizzata da tavoli e sedie fissati al pavimento, e si trovava di fatto in isolamento, in condizioni che rendevano impossibile la sopravvivenza. Mentre si prospetta una possibile riapertura, si sta consolidando un ampio fronte di opposizione che include il Gruppo Abele, la Cgil e numerose altre realtà.

Associazioni, enti del terzo settore, sindacati e professionisti si uniscono in un appello unanime: il Cpr non solo non deve riaprire, ma deve essere chiuso definitivamente. Le motivazioni vanno oltre la semplice opposizione ideologica. Contrariamente a quanto previsto dal Regolamento ministeriale del 2014, le valutazioni di idoneità al trattenimento vengono effettuate da medici interni anziché da personale Asl esterno. Il supporto psichiatrico, completamente assente per quasi un anno, rimane tuttora inadeguato. Il caso di Moussa Balde ha drammaticamente evidenziato l’assenza di verifiche sulla compatibilità psichica dei trattenuti.

I Cpr, erroneamente chiamati da alcuni “centri di accoglienza”, si rivelano luoghi dove la dignità umana viene sistematicamente calpestata e le condizioni risultano persino peggiori delle carcerarie, con una drammatica assenza di regole e garanzie fondamentali. Si registrano casi di trattenimento di presunti minori, in aperta violazione della normativa vigente. L’isolamento, non previsto dalla legge, viene utilizzato arbitrariamente, senza obbligo di motivazione né possibilità di ricorso. Inquietante è stata la scoperta di celle di sicurezza non ufficiali nel seminterrato, venute alla luce solo grazie a un’ispezione casuale del Garante nazionale.

La comunicazione con l’esterno, diritto fondamentale sancito dal Testo Unico sull’Immigrazione, viene severamente limitata. I trattenuti vengono privati dei telefoni cellulari, perdendo così anche l’accesso a internet. Le chiamate sono consentite solo in uscita, a pagamento e con linea fissa, rendendo praticamente impossibile mantenere contatti con i familiari. Da oltre i collo-qui con i familiari sono sospesi e non c’è alcun sistema di video-conferenza alternativo. Le condizioni strutturali completano un quadro già critico: celle sovraffollate, servizi igieni-ci privi di privacy e non separati dai luoghi di pernottamento, spazi di isolamento con accesso limitato alla luce solare. L’assenza di mediatori culturali per le diverse lingue e nazionalità presenti nel centro aggrava ulteriormente la situazione.