di Andrea Bucci
La Stampa, 20 agosto 2025
La decisione del tribunale di sorveglianza di Torino: sì ai domiciliari per un detenuto con patologie. “Nelle carceri piene aumenta la sofferenza”. Mentre fanno ancora discutere le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo cui “non c’è alcuna correlazione tra sovraffollamento e suicidi nelle carceri”, il tribunale di sorveglianza di Torino si muove in direzione opposta con un’ordinanza “pilota” che, interpretando in modo estensivo la legge sull’ordinamento penitenziario, considera lo stesso sovraffollamento una ragione sufficiente per concedere la detenzione domiciliare a un condannato con malattie non gravi e curabili in carcere. Una decisione che tutela indirettamente anche il lavoro della polizia penitenziaria, oggi gravata da condizioni insostenibili. Il caso riguarda un uomo di 47 anni, affetto da obesità e cardiopatia ischemica cronica, detenuto nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino dove sta scontando 4 anni e 10 mesi per rapine aggravate, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione.
L’avvocato Francesco Romeo ha chiesto la detenzione domiciliare, prevista dalla legge per condizioni cliniche di particolare gravità. La relazione sanitaria, però, attestava condizioni “discrete”, non tali da imporre ricoveri esterni. In prima battuta il giudice di sorveglianza ha quindi respinto l’istanza, “non ravvisando patologie incompatibili con lo stato detentivo”.
Diversa la valutazione del procuratore generale Lucia Musti, che il 5 agosto ha dato parere favorevole alla richiesta della difesa, richiamando i principi costituzionali di tutela della salute e umanità della pena. Musti, con un accenno non banale visto il dibattito in corso sul sovraffollamento degli istituti penitenziari, ha sottolineato che “il magistrato, sia giudice sia pubblico ministero, deve contemperare esigenze di sicurezza e realtà territoriale e del momento storico”. E i numeri parlano chiaro. Al 16 agosto i detenuti in Italia erano 62.750; al Lorusso e Cutugno il sovraffollamento tocca il 134,24%.
Proprio il giorno della pubblicazione dell’ordinanza si è registrato in carcere un altro suicidio, in tutto 55 dall’inizio dell’anno in Italia.
Il tribunale di sorveglianza ha quindi accolto l’istanza difensiva, ribaltando la decisione iniziale e disponendo che il condannato sconti la pena nella sua abitazione in Veneto. Nelle motivazioni si precisa che “non sussiste incompatibilità in senso stretto con il regime carcerario”, ma che “il quadro di sovraffollamento impone una riflessione sulla necessità di mantenere in carcere soggetti con serie patologie, ancorché monitorate e non in fase di immediato peggioramento”.
Pur riconoscendo “professionalità e disponibilità del personale sanitario”, i giudici evidenziano come la detenzione possa causare a questi detenuti “un surplus di sofferenza e disagio evitabile con misure alternative”. Inoltre l’assistenza sanitaria interna richiede impegni straordinari di risorse, che costringono la polizia penitenziaria a frequenti accompagnamenti negli ospedali esterni, sottraendo tempo e uomini ad altri servizi. Il tribunale pone infine i criteri della “valutazione caso per caso”: condizioni di salute, comportamento in carcere, pericolosità, tipologia dei reati, distanza temporale dei fatti e pena residua. Nel caso specifico, pur a fronte di reati gravi, il detenuto ha mantenuto una condotta corretta durante la detenzione. Per questo potrà finire di scontare la pena a casa, anziché dietro le sbarre.











