di Elisa Sola
La Stampa, 28 maggio 2025
Dal prossimo anno soppresse le prime due classi del Liceo artistico per i detenuti del carcere “Lo Russo e Cutugno”. L’allievo più vecchio della sezione carceraria del Liceo artistico il prossimo anno sarà, se tutto va bene, un uomo libero. Ha iniziato a studiare dodici anni fa, quando al Lorusso e Cutugno è nata la prima classe. Ha visto nascere i laboratori. Ha ridipinto, con i compagni di cella, i corridoi, la sala colloqui, le aule dove ogni mattina e ogni pomeriggio oggi studiano un’ottantina di persone. “Un Liceo artistico dentro a un carcere una volta sembrava una follia, eppure è diventato qualcosa di meraviglioso”, racconta Nadia Bertuglia, docente di storia dell’arte.
La bellezza come strumento per rinascere. L’arte come mezzo per uscire dalla rabbia. La scuola per diventare persone nuove. Ed è così che nel 2013 il Primo liceo artistico ha colonizzato il carcere. Anno dopo anno gli iscritti si sono moltiplicati. Di mattina sui banchi, di pomeriggio nei laboratori di scultura e pittura. L’idea era considerata folle anche perché rivolta ai detenuti del padiglione C. In gergo i “sex offenders”. Detenuti a rischio di pestaggi da parte di altri. Uomini isolati e a rischio di isolamento.
Nessuno studente nuovo - “Dal prossimo anno - spiega la professoressa - a causa dei tagli annunciati dal ministero dell’Istruzione e dal Miur, la sezione carceraria del liceo artistico verrà pesantemente ridotta. Verranno eliminate le classi prime e seconde. Nessuno potrà iniziare il nostro percorso. Così ci tagliano le radici”. Chi frequenta la terza, la quarta e la quinta, seguirà ancora le lezioni. Ma non ci saranno nuovi iscritti. Per la vicepreside Annalisa Gallo, è un taglio del 50 percento. “Toglieranno tutte le materie dei primi due anni. Italiano, matematica, scienze, discipline geometriche. E così gli studenti che conseguiranno la licenza media si troveranno di fronte il nulla. Così perdono tutte le chance”.
I risultati raggiunti - E pensare che, spiega la vicepreside, i risultati, in quasi tredici anni di vita della sezione carceraria, erano arrivati. Quali? “Si sono abbassate le recidive. Molti nostri studenti, usciti dal carcere, hanno trovato lavoro. Chi è uscito non ha più commesso reati. Siamo in contatto con molti ex allievi. La scuola è fondamentale. Rieduca, reinserisce. Riduce i suicidi. Evita la depressione”. Come si fa a rieducare con l’arte? “La bellezza apre lo sguardo, permette di osservare cosa ci circonda con una sensibilità diversa. Offre strumenti per comprendere la realtà. Questo cambio di paradigma è anche un cambio di comportamento. Ho avuto studenti pieni di rabbia che l’hanno curata con l’arte. Cancellare la scuola nel carcere è una sconfitta per gli studenti e per tutti”.
La protesta - Per salvare l’arte e se stessi gli studenti detenuti hanno indetto una protesta pacifica. Giovedì mattina, finite le prime tre ore di scuola, non risaliranno nelle celle. Resteranno in aula dalle 11 e 30 alle 14 e 30. Per spiegare il senso di questo momento, hanno scritto un comunicato. Il detenuto allievo più anziano del carcere ha fatto il resto: una lettera di due pagine. Dove si racconta. E si descrive oggi: “Dopo il liceo ho fatto l’Università. Ora faccio il bibliotecario. Il prossimo anno finirò di scontare la mia pena. Al mio liceo dico, grazie. Se oggi sono un uomo risolto e più equilibrato è grazie a questo. Quando sono entrato qui ero distrutto moralmente. Avevo perso la strada. Lo studio ha dato un senso al tempo e alla mia vita. Non mi ha fatto pensare a quel lungo tunnel che avevo davanti. Mi ha ridato forza e fiducia. Facendomi scoprire la resilienza, la pazienza, la capacità di sapere attendere e la decisione di volercela fare a ogni costo. Ho un po’ di malinconia a salutare i miei professori. Io qui dentro ci ho lasciato un pezzo di vita. Un pezzo che non si ripeterà più, ma se non ci fosse stato, non sarei consapevole oggi che, comunque vada, la vita va vissuta”.











