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di Giada Lo Porto

La Repubblica, 2 aprile 2026

Il presunto suicidio non convince i dem: “Portiamo il caso in Parlamento”. Il boss aveva iniziato a svelare gli intrecci tra clan e politica. C’è un filo rosso, anzi nero, che collega i corridoi del carcere di Torino ai palazzi del potere romano. Quel filo si è annodato tragicamente il 16 marzo nel bagno di una cella, dove Bernardo Pace, boss di Castelvetrano e pezzo da novanta dell’inchiesta milanese Hydra, è stato trovato impiccato. Un suicidio a cui molti, negli ambienti investigativi di Milano e Torino, faticano a credere. Pace aveva iniziato a collaborare con la giustizia da meno di un mese. Stava squarciando il velo sulla “mafia a tre teste”, un consorzio criminale dove Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra smettono di sparare per iniziare a governare l’economia e, soprattutto, a infiltrare la politica.

La procura di Torino sarà audita nei prossimi giorni in commissione Antimafia a Roma, sul caso Pace. Saranno propabilmente sentiti il procuratore Giovanni Bombardieri o l’aggiunto titolare dell’inchiesta, Roberto Sparagna. Il fascicolo per istigazione al suicidio serve a consentire tutte le opportune verifiche e comprendere i contorni della morte di Pace, proprio mentre i verbali si riempivano di omissis. Su 81 pagine di interrogatorio, 47 sono oscurate: riguardano i contatti diretti con il mondo delle istituzioni. Pace stava descrivendo la “zona grigia”, quel terreno sensibilissimo dove i boss incontrano i colletti bianchi.

“Occorre approfondire”, incalza Andrea Giorgis, capogruppo in commissione Affari costituzionali del Pd, dopo la visita di ieri al carcere torinese. “Lo stesso responsabile della penitenziaria ha chiesto che non siano coinvolte forze ispettive interne”. Walter Verini, capogruppo dem in Antimafia, aggiunge: “Dobbiamo squarciare tutto lo squarciabile. La collaborazione delle mafie con la politica è la loro arma più sofisticata”. Mentre Torino indaga sulla morte di Pace, a Milano l’inchiesta Hydra continua a far tremare i palazzi. Nelle 5mila pagine dell’informativa emerge il tentativo del clan Senese di agganciare esponenti di spicco di Fratelli d’Italia. Agli atti figurano le manovre di Giancarlo Vestiti, uomo dei Senese, per aprire un club politico collegato al partito di Giorgia Meloni. Vestiti parla di una disponibilità ottenuta da Daniela Santanché, tramite la mediazione di Lele Mora, per occupare uno spazio nella sede di corso Buenos Aires. Sebbene l’ex ministra abbia negato ogni coinvolgimento diretto, il clima politico è diventato incandescente.