di Antonella Frontani
Corriere di Torino, 1 dicembre 2025
Marco Viglino è il presidente del Tribunale di Sorveglianza, istituzione preposta alla vigilanza sull’esecuzione della pena che ha competenza su questioni come la concessione o la revoca delle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà), l’applicazione di misure di sicurezza, la riabilitazione e la gestione dei reclami dei detenuti. Un ruolo che presuppone un’attenta applicazione della norma e un’implicazione umana, tenuto conto che ha facoltà di ridurre o concedere uno dei principali diritti umani: la libertà.
Quale peso emotivo comporta il suo lavoro?
“Un grande peso, soprattutto pensando che i provvedimenti del Tribunale di Sorveglianza, a differenza di altri provvedimenti giudiziari, sono immediatamente esecutivi, seppur impugnabili in Cassazione”.
In quale momento interviene il vostro giudizio?
“Dopo che la sentenza è diventata definitiva, oltre tutti i gradi di giudizio o riti abbreviati. La sentenza penale rappresenta il punto di partenza del nostro lavoro dal quale dobbiamo partire per valutare se il periodo di detenzione debba essere mantenuto o, invece, trasformato in misure alternative”.
Quali sono le misure alternative?
“La semi-libertà, la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova, ordinario o terapeutico, fino al differimento della pena”.
Su cosa si basa la vostra valutazione?
“Sulla personalità dell’individuo. Non siamo chiamati a valutare il fatto in sé, ormai accertato, ma valutiamo la personalità per capire se sia in grado di gestire la pena con modalità più favorevoli o più restrittive considerando la pericolosità residuale del soggetto. Un antico presidente sosteneva che la pena deve “calzare come un guanto”“.
Quali sono gli altri aspetti che dovete valutare?
“L’istruttoria è molto complessa e comprende tutte le informazioni disponibili, in particolare le indagini della polizia e le relazioni dei sevizi sociali. Inoltre, bisogna tener presente se il soggetto, nel frattempo, è incorso in nuove vicende criminose, oppure, per esempio, se è tossicodipendente e, nel caso, se segue un programma terapeutico. Può incidere molto anche il contesto familiare”.
Ha mai paura di prendere decisioni sbagliate?
“Sempre, c’è sempre il rischio di poter commettere un errore. È una paura sana che deve accompagnare il mio lavoro insieme ad un’attenta osservanza della legge e delle circostanze concrete. Ma i fatti dimostrano che nel 99% dei casi le decisioni prese sono risultate corrette”.
Qual è il metro per valutare l’esattezza delle scelte fatte?
“La scelta si può considerare corretta quando il soggetto non compie nuove violazioni nell’arco di tempo relativo alla pena alternativa che gli è stata concessa”.
Un esempio di scelta sbagliata?
“Il tragico caso di Angelo Izzo, uno dei tre autori, insieme a Gianni Guido e Andrea Ghira, del cosiddetto “Massacro del Circeo”. Dopo la detenzione, le “collaborazioni” e i tentativi di evasione, ottenne, dai giudici di Palermo, la semi-libertà dal carcere di Campobasso. Purtroppo, divenne artefice del massacro di Ferrazzano in cui morirono Maria Carmela Linciano e Valentina Maiorano”.
Chi sono i soggetti “sospesi”?
“Sono le persone che hanno ricevuto una condanna inferiore a 4 anni. Per legge, non vanno in galera, a meno che il Tribunale di sorveglianza non disponga il contrario dopo aver valutato la personalità del condannato e tutte le circostanze che lo riguardano”.
Una grande responsabilità…
“Enorme. Non ci si abitua a valutare la libertà di un uomo, ma è un grande errore. È meglio che subentri l’esperienza, in luogo dell’abitudine. Senza adagiarsi mai”.
Esistono anche le pene pecuniarie...
“Di solito accompagnano alcuni tipi di reato come quelli per droga o i procedimenti fallimentari”.
In che modo intervenite? “Possiamo modificarle o, addirittura, eliminarle quando si verificano condizioni particolari come l’impossidenza, oppure, qualora il soggetto abbia tenuto un comportamento encomiabile durante la misura alternativa”.
In quali casi non è possibile risarcire la vittima?
“Per esempio, quando si chiude un procedimento fallimentare come quello di Parmalat, in cui non è possibile risalire alla totalità delle persone colpite; in caso di violenza ad una donna straniera irrintracciabile; in ipotesi di sofisticazione di bevande o alimenti; il grande spaccio”.
Dove finiscono questi soldi?
“Per quanto possibile, in iniziative a favore della collettività, come quella in collaborazione con la Fondazione Ricerca Molinette per la ristrutturazione del reparto di Chirurgia Generale 1 universitaria diretta dal professor Mario Morino. Da qui il detto “ex malo bonum”“.
Qual è stato il periodo più difficile?
“Quando ho svolto il ruolo di giudice penale. Quel compito mi procurava molto turbamento: dovevo comminare gli anni di reclusione, ossia, stabilire la pena da espiare. Oggi sono chiamato a valutare le misure alternative a una pena già disposta da altri con sentenza definitiva”.
Ci si abitua a valutare la libertà di un uomo?
“Ci si abitua, ma è un grande errore. Ogni caso implica peculiarità, circostanze e personalità diverse. È meglio che subentri l’esperienza, in luogo dell’abitudine. Senza adagiarsi mai”.
Stabiliamo i limiti della sua responsabilità...
“Nel mio lavoro non mi sento responsabile solo nei confronti del condannato ma anche, e soprattutto, della vittima e della collettività”.
È più facile restringere o allargare una pena?
“È ugualmente complicato”.
Viene mai colto da una crisi di coscienza?
“Più probabile che venga colto dal dubbio”.
Il suo lavoro può comportare il rischio di “delirio di personalità”?
“Ahimè, talvolta sì, ma non dovrebbe accadere mai”.
È favorevole all’indulgenza sul punto di morte?
“Sì. Venni attaccato per aver dichiarato che avrei concesso la sospensione della pena a Totò Riina nei suoi due mesi di vita”.
Un ricordo indelebile?
“Due. Un ragazzo mi ringraziò per averlo messo in carcere, esperienza traumatica che permise di uscire dal tunnel della droga e del malaffare. Poi, una signora che, conscia del divieto di fare doni ai magistrati, mi regalò una confezione di tre cioccolatini dicendomi “Sappia per che me, il suo, sarà sempre il volto della giustizia”.










