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di Giorgio Paolucci

Avvenire, 23 maggio 2026

“Il carcere mi ha fatto male, tanto male, ma è diventato il trampolino per tuffarmi in una nuova vita. Proprio lì, nel luogo dove avevo toccato il fondo, è accaduto qualcosa che ha dato un’altra direzione alla mia esistenza”. Tania ha appena finito il turno come cameriera in un ristorante di Torino, tra poco farà ritorno al carcere Lorusso e Cutugno dove è entrata nel 2022 in seguito a una condanna a 11 anni per una serie di reati accumulati in passato. In prevalenza furti negli appartamenti, la scorciatoia che aveva scelto per procurarsi il necessario per mantenere i suoi due figli. Eppure suo padre, che in galera c’era stato per trent’anni, glielo aveva detto tante volte di non seguire le sue orme, di cercarsi un lavoro pulito, ma lei non gli aveva dato ascolto e nel campo rom di Collegno aveva trovato altre ragazze con cui condividere le sue imprese malavitose.

“Il carcere è luogo di sofferenza - racconta Tania - anzitutto perché vieni privato del bene più grande, la libertà. Per me ha significato anche separarmi da due figli piccoli, da mio marito, dai genitori. Ma è proprio dopo avere fatto i conti con i danni che i miei errori avevano causato a me e ai miei cari che ho iniziato a risalire la china”. Una risalita che ha significato riprendere in mano i libri di scuola abbandonati troppo presto, conseguire la licenza media, iscriversi alle superiori, frequentare un corso di cucina… riprendere il volo verso una vita migliore. Il passo decisivo è stato l’incontro con il Progetto Sicomoro, un’esperienza introdotta in alcune carceri dall’associazione Prison Fellowship e che promuove un confronto “senza maschere” tra i carcerati e le vittime di reati analoghi a quelli da loro compiuti, o con i familiari: dialoghi intensi, a tratti drammatici, nel segno della giustizia riparativa, incontri che abbattono i pregiudizi e che in molti casi sono diventati il preludio per un cambiamento di vita.

È proprio quello che è successo a Tania: “Durante gli incontri del Progetto Sicomoro, ascoltando il racconto di persone che avevano subito un furto in casa, mi sono immedesimata nelle loro sofferenze, nello choc provocato dal vedere violato il luogo dove vivevano, un dolore che andava ben al di là del danno economico. Uno di loro, Marco, ci ha confidato il dolore di suo padre al quale avevano rubato oggetti di scarso valore ma a cui erano legati i ricordi più intimi: un trauma dal quale non si era più ripreso, e che dopo qualche tempo l’ha portato alla morte”.

Nei dialoghi “riparativi” si mettono in gioco sia gli autori di reato, sia le vittime: “Marco ha potuto conoscere anche il mio percorso, il percorso di una giovane donna spinta dalla necessità di mantenere due figli piccoli e abbagliata dall’idea di rubare per campare, con il marito in carcere e la vita difficile in un campo rom: tutte cose che certamente non possono giustificare le mie scelte sbagliate, ma che lo hanno aiutato a guardare con occhi diversi la mia condizione. Da quei dialoghi siamo usciti cambiati e più umani.

Sono grata a Marco che non mi ha guardato come una ladra, ma come una persona. È da quello sguardo che ho ricevuto l’energia per il mio cambiamento”. Un cambiamento reso possibile anche dall’attenzione con cui è stata seguita dall’educatrice del carcere, che ha creduto nella voglia di riscatto di Tania e le ha dato fiducia. Così ha potuto svolgere attività lavorative, come addetta alle pulizie e da un anno come cameriera in un ristorante. La strada del pieno reinserimento sociale è ancora lunga: bisogna fare i conti con diffidenze e pregiudizi, ma lei è certa che la via da percorrere è questa. Vuole farlo per riconquistare la dignità di donna libera che ha dato un taglio netto col passato.