di Caterina Stamin
La Stampa, 24 maggio 2025
Il progetto rieducativo del carcere minorile di Torino: allenamenti settimanali con i rugbisti del Cus Torino. Il direttore Carro: “Trasformare il tempo della detenzione in un’opportunità di crescita personale”. Nel carcere minorile Ferrante Aporti il rugby è diventato strumento di riscatto e inclusione per giovani detenuti. Allenamenti con atleti del Cus Torino insegnano rispetto, collaborazione e speranza, offrendo nuove possibilità di reinserimento sociale.
Allenamento sul campo da calcio - Alle 16.43, in mezzo a un campo da calcio, rimbomba il sibilio acuto di un fischietto. Dieci ragazzi sono stretti a cerchio, al centro uno di loro alza un braccio: “Così non vale, ricominciamo da capo”. Il gruppo china la testa, si rimette in posizione. E l’azione riparte. Gli sguardi si incrociano, la regola non scritta è chiara: per non sbagliare di nuovo bisogna che ognuno collabori con il compagno che ha accanto. Bisogna fidarsi. Saper fare squadra. E allora via che il primo lancia il pallone a forma di ellisse. Che passa di mano in mano da un ragazzo con la casacca arancione a un altro senza, finché il cerchio non si chiude. “Bravi - grida soddisfatto il giovane con il fischietto al collo -. Adesso possiamo passare al prossimo esercizio”.
Rieducazione e memoria della rivolta - Benvenuti al carcere minorile Ferrante Aporti. Dove si insegna “a fare squadra e non banda” dice il direttore Giuseppe Carro, mentre assiste alla partita di rugby dagli spalti in cemento. Da quassù, della rivolta che ha messo a ferro e fuoco il penitenziario lo scorso agosto, la più grande sommossa della storia, non c’è traccia. “È stata una pagina nera - ammette il direttore -. Ma noi non siamo solo rivolta: siamo tutto questo”. Allarga le braccia e non distoglie mai lo sguardo da cosa accade davanti a lui. “Forza ragazzi, avanti così!”. Oggi nell’istituto sono reclusi quaranta detenuti. Giovani tra i 14 e i 25 anni, la maggior parte nordafricani. Nessuno parla come prima lingua l’italiano, tra loro parlano in arabo. E molti di loro non si sono mai seduti su un banco di scuola. “Sembra di stare in un riformatorio? Bè questa è l’idea” spiega Carro, mentre attraversa i lunghi corridoi dai colori pastello. Si ferma davanti alla targa che ricorda l’impegno di Don Bosco. E aggiunge: “Tutto il nostro sudore è per fare in modo che i ragazzi escano da qui meglio di come sono entrati. Cerchiamo di rendere utile il tempo passato qui dentro, l’incontro con la giustizia deve essere una risorsa”.
La “piazza” e le attività educative - Il cuore del piano terra è quella che nell’istituto viene chiamata “la piazza”. È un grande stanzone su cui affacciano le aule dedicate alle attività. La biblioteca, la sala didattica con le lavagne Lim e le cartine geografiche, i laboratori di ceramica, grafica e lavanderia. C’è un giovane al lavoro tra le lavatrici. “Come va?” chiede il direttore. Dietro le sbarre il ragazzo saluta: “Quasi finito, per oggi”. Dall’altro lato della stanza c’è la sala dedicata agli scacchi. “Non pensavamo potessero avere questo successo, invece piacciono tanto - commenta Carro -. Per loro è un momento di riflessione”. Dentro la sfida è in corso, c’è silenzio. “Stai vincendo?” chiede il direttore al giovane. Nessuna risposta, è concentrato. Solo un accenno di sorriso. Al di là di una porta blindata c’è la sala teatro, accanto l’aula di cucina. “Qualcuno ha paragonato questo posto alle carceri iraniane” aggiunge Carro. Poi suona un campanello e arriva un agente di polizia penitenziaria ad aprire i cancelli che danno sull’esterno. Eccolo lì, il campo da calcio.
Allenamenti con il Cus Torino - I raggi del sole bruciano ma i dieci ragazzi, che corrono da quaranta minuti avanti e indietro, sembrano non farci caso. A partecipare alla partita di rugby sono cinque detenuti, selezionati dagli educatori, e cinque rugbisti professionisti del Cus Torino, grazie a cui il progetto pilota è nato. “Gli allenamenti sono iniziati a novembre, da allora ne facciamo uno a settimana - racconta il coach del Cus, Lorenzo Tucconi -. I primi sono stati impegnativi: io e Davide Ciotoli uscivamo dal carcere in silenzio, riflettendo sui comportamenti dei ragazzi, pensando ai loro tagli sulle braccia e ai tatuaggi fatti chissà come in cella”. Poi, con il tempo, “siamo usciti sempre più soddisfatti: ora il nostro obiettivo è portare qui dentro gente da fuori”. Per alcuni detenuti il rugby è diventata una nuova passione, per altri è la prima lezione. “Come si prende la palla?” chiede uno di loro, con la maglietta bianca, facendo scoppiare una risata.
Obiettivo: una squadra vera - Per tutti è la prima volta che si allenano con ragazzi della loro età venuti da fuori, dalla città. “Speriamo di riuscire a costruire una squadra di rugby del Ferrante - dice il direttore Carro - che possa in futuro condividere momenti di agonismo con altre squadre della città”. Il rugby, aggiunge, “è uno sport che insegna il rispetto delle regole, l’impegno, il sacrificio. Fa in modo che i ragazzi si uniscano per un bene comune e non per qualcosa di predatorio”. Ma, sottolinea, “è fuori che si gioca la grande partita. Noi arriviamo fino a un certo punto: diamo loro una pettorina, un pallone gonfio e delle scarpe da calcio che alcuni non hanno mai avuto. Piccoli traguardi che si tengono stretti. Ma una volta fuori si devono attivare tante risorse”.
Il terzo tempo e il valore del rugby - Fischio finale. Inizia il terzo tempo. I giocatori si siedono a lato del campo, bevono un po’ d’acqua. “Cosa vi piace del rugby?” chiede un giovane ai detenuti. Uno risponde: “Ci fa lavorare insieme”. Un altro, quello con la maglietta bianca, aggiunge: “A me fa ripartire da capo”. Alza il braccio un terzo: “Per me è speranza”. Tutti lo guardano. Lui spiega: “Impariamo a fare qualcosa e così non pensiamo solo alla cella. Mi fa sentire vivo, ancora vivo”.










