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di Raphael Zanotti

La Stampa, 22 novembre 2025

Inutili le procedure di rianimazione. È l’una e un quarto di notte. Un agente della polizia penitenzia del carcere di Torino sta facendo il suo giro di controllo per i corridoi in penombra del padiglione C del Lo Russo e Cutugno quando all’improvviso percepisce che qualcosa non va. Da una cella arriva silenzio. Troppo silenzio. Chiama, non riceve risposta. Tenta di aprire lo spioncino, che però è bloccato. Allora apre parzialmente la porta. Un uomo è appeso alla finestra della cella con un cappio di stoffa al collo.

Il 67esimo suicidio dell’anno - Comincia così una disperata notte del carcere torinese. L’ennesima notte in cui un agente ha tentato, purtroppo vanamente, di salvare una vita. Il detenuto che si è tolto la vita aveva 49 anni. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si tratta del 67esimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Il quarto a Torino.

La corsa disperata dei soccorritori - Quando l’agente si è reso conto di quello che stava accadendo, è iniziata la corsa contro il tempo Non c’è stata esitazione. L’agente ha dato l’allarme e si è catapultato all’interno della cella per slegare il detenuto. Ha iniziato subito le manovre di rianimazione. Compressioni toraciche ritmiche, vie aeree da liberare, ossigeno che deve raggiungere un cervello Il 118 arriva poco dopo, sono le due del mattino. I sanitari prendono in mano la situazione, seguono protocolli, ma c’è la consapevolezza silenziosa che tutto dipende da una variabile: quanto tempo il detenuto è rimasto appeso? Troppo.

Intorno alle due e mezzo, quando l’ultimo tentativo si esaurisce, non rimane altro che constatare la morte. È la fine di una battaglia. Una battaglia che ogni volta lascia l’amaro in bocca a chi lavora nelle carceri italiane.

Il peso della tragedia nelle carceri - Il peso di quella cella, il peso di quel silenzio Quello che accade in quella notte nella Casa Circondariale di Torino non è solo una tragedia individuale. È il simbolo di un sistema che ha smesso di funzionare. Gli agenti penitenziari si trovano a affrontare emergenze sanitarie e psichiatriche per cui non hanno formazione, senza supporto specialistico, spesso soli. Il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria non usa mezzi termini: le carceri sono diventate “ospedali psichiatrici improvvisati”. Persone con gravi problemi mentali, spesso senza diagnosi, senza trattamento, senza quella rete di protezione che la società civile avrebbe il dovere di fornire. E chi si ritrova a gestire queste emergenze? Gli agenti, che devono essere contemporaneamente vigili del fuoco, polizia giudiziaria, medici, infermieri, psicologi, mediatori culturali. Vicente Santilli, segretario del Sappe per il Piemonte, dirige il plauso verso gli operatori che “in una manciata di minuti hanno svolto un lavoro eccezionale e disperato, dimostrando umanità, professionalità e freddezza”. Ma sottolinea anche l’assurdità della situazione: “Non è responsabilità del Corpo sopperire alle persistenti e gravi carenze della Sanità Penitenziaria.”

Quando il sistema penitenziario crolla - Il suicidio rimane una delle principali cause di morte nelle carceri italiane. L’Italia combatte da anni questa battaglia, eppure i numeri non calano. Ogni morte in cella genera onde d’urto: stress per gli altri detenuti, traumatizzazione per il personale, interrogativi sulle responsabilità istituzionali. Donato Capece, segretario generale del Sappe, ricorda che “soltanto grazie all’impegno dei poliziotti penitenziari - veri eroi silenziosi - il numero delle tragedie in carcere resta limitato”. Ma riconosce anche l’evidenza: serve intervento immediato, serve prevenzione strutturata, servono programmi di screening psicologico e supporto specializzato.

Riforme urgenti per evitare nuove tragedie - Cosa deve cambiare? Il Sappe chiede azioni concrete: rafforzamento del personale medico e psicologico specializzato, strumenti e protocolli adeguati per identificare e prevenire i rischi, supporto psicologico dedicato agli operatori che affrontano quotidianamente situazioni fortemente stressanti. Non è una questione di compassione, ma di responsabilità. Lo Stato non può pensare che i Baschi Azzurri siano “sempre in grado di compensare le lacune quotidiane del sistema penitenziario”.

È fondamentale investire nella prevenzione e nel benessere psicofisico dei detenuti, non solo per ragioni umanitarie, ma per alleggerire un carico già insostenibile sulle spalle di chi, come l’agente della scorsa notte, si ritrova a combattere contro la morte in una cella, spesso perdendo. Il Governo ha promesso un incontro per definire strategie condivise. Ma per quanti altri agenti dovrà ancora ripetersi la scena di Torino? Quanti altri corpi dovranno restare sospesi prima che la prevenzione diventi realtà?