sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Niccolò Zancan

La Stampa, 19 agosto 2024

L’europarlamentare: “Non ho pensato di suicidarmi perché ero aiutata”. Ilaria Salis, sessantasei persone si sono suicidate nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Nel 38% dei casi erano detenuti in attesa di giudizio come lo è stata lei. Ha mai pensato di togliersi la vita quando era in cella a Budapest? “No, non ho mai pensato di ammazzarmi. Ma mi sento di dire che capisco quel genere di disperazione. Capisco che altre persone siano portate a compiere quel gesto estremo, perché il carcere ti induce all’esaurimento. Io ho sempre pensato di andare avanti. Ma ero fortunata perché avevo una rete di solidarietà, questa è la differenza. Quando sei solo, cambia tutto”.

Cosa prova di fronte al bollettino dei suicidi?

“Sto male. Provo rabbia verso una società che ha come unico paradigma un carcere punitivo e vessatorio. Provo solidarietà per i detenuti”.

Come definirebbe il decreto appena varato dal governo?

“L’Italia va indietro. Le riforme dovrebbero servire per migliorare le cose, almeno in teoria. E per migliorare il carcere, c’è solo una cosa da fare: renderlo più umano. Ma il decreto rafforza la logica punitiva, in pratica lascia i detenuti nelle condizioni che conosciamo. Nessuno spazio per una giustizia riparativa”.

I detenuti nelle carceri italiane sono 61.465, ma i posti regolarmente disponibili sono 46.898. Le detenute del carcere femminile di Torino hanno scritto una lettera in cui chiedono “a coloro che si sono indignati rispetto alle condizioni di detenzione di Ilaria Salis di fare altrettanto per tutti quelli che sono ristretti in Italia”. Cosa si sente di rispondere?

“Quelle ragazze, quelle donne, hanno assolutamente ragione. Hanno tutta la mia solidarietà. Ho letto che sono pronte a intraprendere uno sciopero della fame, cioè a mettere in atto una forma di protesta estrema. Che mette a rischio la salute e il corpo, l’unica cosa che resta a un detenuto. Hanno tutta la mia solidarietà perché il sovraffollamento sta raggiungendo livelli estremi. A Milano siamo al duecento per cento. Voglio rilanciare il loro appello. Sono donne coraggiose. Non c’è più tempo da perdere. O si interviene adesso o la vita di altri carcerati è a rischio”.

Perdoni la semplificazione, ma cosa si può fare per quelle detenute in attesa di giudizio che non hanno un padre pronto a combattere per la loro libertà come è successo a lei?

“A questo deve servire la politica. A non lasciarle sole. Il sistema carcerario andrebbe riformato alla radice. Nel concreto, io mi sento di appoggiare le proposte dell’associazione Antigone”.

Ad esempio?

“Non possono stare in carcere donne in gravidanza, non possono starci i figli delle detenute. Bisogna cambiare totalmente. Servono più giorni di libertà anticipata. Più telefonate. Più umanità. Bisogna tornare alle celle aperte, agli spazi condivisi. Bisogna favorire la presenza di educatori e mediatori culturali”.

Tutto questo il governo lo chiama “colpo di spugna”. Cosa risponde?

“Loro rivendicano questa logica punitiva. Io penso che serva una giustizia riparativa. Un fatto è certo: il carcere così come è non rieduca e non favorisce il reinserimento nella società”.

La nuova proposta del ministro Nordio per svuotare le carceri è mandare ai domiciliari i carcerati con un anno di pena residua. Cosa ne pensa?

“È il minimo. Serve molto di più”.

Come si vede tutto questo dal Parlamento Europeo?

“Poco e male. Purtroppo la situazione dei detenuti è lasciata in secondo piano. E un tema che si tende a dimenticare. Quindi bisogna lottare per portarlo alla luce”.

Qual è il ricordo della sua detenzione che torna più spesso a tormentarla?

“L’angoscia per quel processo farsa, in cui per molto tempo non ho avuto neppure accesso ai documenti. Era un processo che sembrava avere la sentenza già scritta. Mi sembrava di essere davanti al tribunale dell’inquisizione. Avevo paura di non uscire mai più da quel carcere”.

Lei e suo padre ricevete ancora minacce?

“Cerco di controllare i social il meno possibile. Ma sì, succede ancora”.

Lei l’ha conosciuto: il carcere cos’è?

“È il posto della solitudine estrema. Voglio esprimere ancora tutta la mia solidarietà alle ragazze detenute a Torino. La loro battaglia è la mia. Ho letto che sono molto solidali e mi sembra una cosa davvero importante. La solidarietà e l’unione, oltre a combattere la solitudine a cui il carcere costringe, fanno la forza nella battaglia per la conquista dei diritti”.