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di Federica Cravero


La Repubblica, 3 giugno 2020

 

La denuncia della Garante. Non hanno il dovere di indossare le mascherine dentro il carcere nonostante nel resto della regione in questi giorni siano obbligatorie anche all'aperto e d'altra parte nessuno gliele ha fornite: non l'amministrazione penitenziaria e nemmeno la Regione Piemonte, che pure le ha distribuite di casa in casa.

Ma almeno nei prossimi giorni i detenuti della casa circondariale Lorusso e Cutugno troveranno le protezioni anti coronavirus nell'elenco del sopravvitto e potranno acquistarle a proprie spese. Il carcere che sorge nel quartiere Vallette, periferia di Torino, è in Italia uno di quelli in cui il virus si è diffuso maggiormente, con 78 contagi per una popolazione carceraria di 1280 persone, 200 più della capienza.

Con buona pace del distanziamento sociale. La possibilità di comprare le mascherine è comunque un passo avanti rispetto ai primi tempi della pandemia, quando alcuni familiari le avevano portate ai carcerati ma erano state requisite "perché generavano apprensione", ricorda la garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo. Ed erano finite tra le cose di cui è vietato l'ingresso, come le fette di salame troppo spesse o i cibi non confezionati secondo le regole. "Ora per fortuna gliele consegnano - continua la Garante.

Tuttavia in un giro fatto pochi giorni fa in vari padiglioni ho avuto la conferma di come di mascherine sia ora fornita la polizia penitenziaria, ma quasi nessun detenuto. Ho visto persino il porta-vitto girare con il carrello senza guanti e senza mascherina di cella in cella, con il cibo scoperto e i detenuti che si avvicinavano... In realtà la direzione ha affermato di aver distribuito la mascherina ad alcune figure, come appunto il porta-vitto, ma evidentemente non si controlla che la indossino".

E lo stesso accade anche tra alcuni reclusi che hanno incarichi in infermeria e che nonostante la delicatezza del luogo non indossano alcuna protezione. Una situazione di cui sono testimoni anche diversi avvocati. Solo nelle udienze da remoto, infatti, gli arrestati compaiono davanti ai giudici ben coperti dalle mascherine, "ma non ai colloqui - spiega l'avvocato Alessandro Lamacchia - Anzi ho visto un detenuto particolarmente preoccupato, che mi ha detto di aver fatto più volte richiesta della mascherina ma invano".

Vero è che probabilmente non tutta la popolazione carceraria ha chiara la pericolosità del virus ed è per questo che assieme all'associazione Antigone è stato stretto un accordo con Medici senza frontiere, che hanno fatto tre giorni di formazione spiegando cosa fare e cosa non fare per evitare di prendersi e di trasmettere il Covid.

Resta il fatto che in un luogo chiuso per definizione come il carcere, difficile da aerare, dove persino per avere a disposizione quantità maggiori di sapone sono state attivate campagne di solidarietà con i privati, in cui il distanziamento sociale è impossibile perché nella cella non si riesce a stare a più di un metro uno dall'altro, le mascherine diventano indispensabili.

"Nel ricorso portato alla corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo per tre detenuti che si sono ammalati a Torino abbiamo calcolato che in una sezione comune ogni detenuto ha contatti con 120 persone ogni giorno - sostiene l'avvocata Benedetta Perego, fondatrice dell'associazione Strali - Però le mascherine non sono obbligatorie e non si capisce quale sia la ragione di questa "extraterritorialità" del carcere rispetto a ordinanze sia governative che regionali che le impongono nei luoghi chiusi come uffici e supermercati". Una circostanza che in altre regioni d'Italia ha già dato origine a class action di detenuti davanti al Tar e non si esclude che possa essere intrapresa la stessa strada anche in Piemonte.