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di Irene Famà e Lodovico Poletto


La Stampa, 21 luglio 2020

 

Avrebbe coperto i soprusi in cella di cui sono accusati ventuno agenti. "Noi siamo pronti a farci interrogare subito dai magistrati". Domenico Minervini, il direttore del carcere Lorusso e Cutugno, non vuole andare oltre adesso che la questione delle violenze all'interno del penitenziario di via Pianezza è diventata più grossa e più grave.

Non vuole dire di più ora che il suo nome è stato iscritto nel registro degli indagati assieme a quello del comandante del reparto di polizia penitenziaria che opera all'interno della struttura, Giovanni Battista Alberotanza.

"Siamo pronti a spiegare tutto ciò che sappiamo. Ci mettiamo a disposizione della magistratura, nella quale abbiamo piena fiducia" insiste Minervini adesso che è tutto ufficiale, dopo mesi di chiacchiere di voci e di "si dice" dentro e fuori dal carcere.

La questione delle violenze all'interno del Lorusso e Cotugno e che riguarderebbe in linea di massima i detenuti per reati a sfondo sessuale, si arricchisce di un altro capitolo. Che investe in pieno i vertici della struttura. Uno scandalo che venuto alla luce qualche mese fa quando la magistratura - nel corso di una indagine condotta dai Pm Francesco Saverio Pelosi ed Enrica Gabetta - ordinò l'arresto di sei agenti. Altri diciannove vennero indagati. I reati erano gravissimi: tortura, primo fra tutti.

Tutto era iniziato con una segnalazione del Garante dei detenuti, Monica Gallo, che aveva raccolto testimonianze e voci che circolavano all'interno della struttura. L'inchiesta, condotta dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, facendo ricorso anche a numerose intercettazioni telefoniche, aveva preso il via dal racconto di un detenuto durante un colloquio.

Un altro degli aspetti da chiarire, stando a quanto si apprende, sarebbe quello di una presunta fuga di notizie: sarebbe giunta la segnalazione che il comandante della polizia penitenziaria fosse sotto intercettazione. Nel corso dell'indagine erano scattate numerose perquisizioni durante le quali erano stati sequestrati i cellulari del personale penitenziario.

Vittime predestinate di pestaggi, umiliazioni, violenze sarebbero stati i detenuti finiti dietro le sbarre per reati sessuali. A rileggere oggi le dichiarazioni rese i racconti appaiono agghiaccianti. C'era chi veniva prelevato nel cuore della notte e portato al primo piano per essere picchiato dagli agenti. E chi, invece, era costretto a subire umiliazioni di varia natura.

Gli episodi contestati sarebbero avvenuti tra aprile 2017 e novembre 2018. Oltre alle aggressioni fisiche - calci, pugni, schiaffi - gli agenti indagati avrebbero utilizzato anche violenza psicologica. "Tu devi morire qui", "Per quello che hai fatto ti ammazzerei. E invece devo tutelarti". Al carcere di Torino sarebbe, inoltre, giunta la segnalazione che il comandante della Polizia penitenziaria fosse sotto intercettazione. Ora la svolta. Con il direttore Minervini indagato.

Secondo la magistratura il responsabile della struttura poteva essere a conoscenza di ciò accadeva. Una tesi che Domenico Minervini respinge: "Io sono pronto a chiarire tutto. Voglio essere interrogato subito. Non ho nulla da nascondere". Ma sulle violenze che portarono agli arresti di un anno fa, non si pronuncia.