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di Elisa Sola

La Stampa, 13 aprile 2025

Nel capoluogo piemontese c’è una detenuta rinchiusa da quattro mesi con una diagnosi di schizofrenia paranoide. È assistita solo dalle compagne di cella: “Deve uscire, qui dentro rischia”. Lo hanno ribadito più volte la Corte di Cassazione e la Corte europea per i diritti dell’uomo. Le persone gravemente malate non possono stare in carcere. L’esecuzione della pena “non può trasformarsi in una condizione inumana e degradante”. E nessuno può annientare la soglia minima della “dignità di una persona”. Eppure, nel carcere di Torino, da quattro mesi vive, o cerca di sopravvivere, una donna invalida al 100 percento. Ha 50 anni. È affetta da una forma grave e non curabile di schizofrenia paranoide. Ormai da dieci anni l’Inps ha dichiarato che è inferma. Totalmente.

Il tribunale di sorveglianza di Torino, per due volte, ha ordinato che la detenuta venga liberata e collocata in una struttura dove possa essere curata. Anche perché “non è pericolosa socialmente”, hanno scritto i giudici. È una donna inoffensiva e malata. Con un passato difficile trascorso in parte sulla strada. Una donna che si sta lentamente consumando in un carcere sovraffollato e vecchio dopo avere commesso un furto. “Ormai non mi riconosce più”, dice affranta l’avvocata Elena Novarino, che la difende con Luca Calabrò, uscendo dall’istituto penitenziario. L’hanno appena vista. Oltre cento giorni in una cella comune hanno reso la detenuta più magra di un numero imprecisato di chili. È quasi muta.

All’ultimo colloquio è arrivata sorretta da una compagna di cella. “Aiutatemi, non sto bene”, ha mormorato. Poi la testa non l’ha più accompagnata. La sua “concellina”, così alle Vallette le detenute chiamano le compagne di cella, ha parlato per lei: “Fatela uscire di qui. Prima o poi le succede qualcosa. Io e un’altra detenuta ci prendiamo cura di lei perché ci fa pena. Dobbiamo guardarla a vista. Se no le rubano la colazione la mattina. E chissà cosa altro le fanno”.

Vivere in un carcere non è facile. Ci sono regole e dinamiche interne complicate. La legge della sopravvivenza non lascia spazio a chi non è in grado di prendersi cura di se stesso. Come questa donna. Entra nel carcere di Torino a novembre. Un anno e nove mesi, la pena da scontare. I legali scrivono immediatamente al tribunale di sorveglianza per chiedere i domiciliari: “È un soggetto invalido con totale e permanente inabilità al 100 percento. È una situazione di assoluta incompatibilità con il regime carcerario”, precisano gli avvocati Calabrò e Novarino. La documentazione medica non lascia dubbi al giudice Roberto Ruscello, che ne ordina la scarcerazione.

Ma il problema, come molte volte accade, non è la teoria. Ma cosa succede in pratica. Viene liberata nel tardo pomeriggio del 28 dicembre. Esce dai grandi cancelli bianchi del Lorusso e Cutugno quando è buio. Sola, sui marciapiedi di una periferia estrema, vaga per ore. La fermano il giorno dopo i carabinieri, in corso Molise. Sta citofonando a caso a tutti i palazzi che trova. È lei “la persona molesta” oggetto della segnalazione arrivata al 112. Non è in grado di capire. Ma tecnicamente ha commesso un reato. È “evasa” dai domiciliari.

Dopo meno di 48 ore dalla sua liberazione, la donna torna in carcere. Una nuova istanza arriva al tribunale di sorveglianza. I legali rimarcano: “È un soggetto affetto da schizofrenia paranoide e dalla dipendenza da sostanze alcoliche. Le sue condizioni hanno reso necessario il ricovero, il 7 dicembre, presso l’ospedale Maria Vittoria, in occasione di manifestazioni allucinatorie da astinenza alcolica e un quadro di delirio”. Il tribunale ordina di nuovo che venga scarcerata. E che non venga lasciata da sola ai domiciliari: “Si sollecita la direzione dell’istituto in collaborazione con l’Uepe alla ricerca di un luogo di cura specializzato nel trattamento di pazienti a doppia diagnosi”. Lo stesso tribunale aveva già scritto: “La prosecuzione del carcere potrebbe rivelarsi pregiudizievole”. Sono parole che restano sulla carta. Lei è ancora in una cella.