di Elisa Sola
La Stampa, 17 marzo 2025
Giovanni Battista Alberotanza, il comandante dell’istituto minorile Ferrante Aporti. Era accusato di favoreggiamento verso gli agenti della Polizia penitenziaria accusati di tortura al Lorusso e Cutugno. “Il carcere è ed è sempre stato la mia vita. Quando mi hanno accusato ingiustamente e sbattuto fuori da quelle mura sono stato malissimo. Mi hanno trattato come un mostro. Per l’ansia e lo stress ho perso tutti i capelli. Con 25 anni di carriera alle spalle, essere accusato di favoreggiamento nei confronti di poliziotti che avrebbero commesso torture, è stato devastane. Ho resistito e continuato a lavorare. Mi hanno trasferito al Ferrante Aporti. Qui ho ritrovato la motivazione per lavorare: educare questi ragazzi”. Giovanni Battista Alberotanza è il comandante dell’istituto penale per i minorenni di Torino.
Parla oggi, dopo cinque anni dall’inizio del procedimento e dopo che è diventata definitiva la sentenza di assoluzione nei suoi confronti. Era indagato per favoreggiamento quando era comandante del Lorusso e Cutugno di Torino. Difeso dall’avvocato Antonio Genovese, è stato assolto in primo e in secondo grado, l’ultima volta “perché il fatto non sussiste”.
Comandante, come sta?
“Mi sento sollevato. Ho sempre creduto nella magistratura. Sapevo che non c’erano i presupposti per indagarmi”.
Di cosa era accusato?
“Di avere disposto un accertamento per insabbiare le condotte di alcuni poliziotti. Cosa che non ho mai fatto”.
Come ha affrontato cinque anni di processi?
“Ero moralmente a pezzi. È molto brutto per un comandante sentirsi dire che copre le torture. Poi ho scoperto di essere intercettato, su fatti di vita privata che non c’entravano con l’indagine. E mi hanno demansionato”.
In che senso?
“Quando è arrivato l’avviso di garanzia mi hanno tolto dal comando del carcere di Torino e trasferito in sottordine ad Asti. È stata una doccia fredda. Sono stato molto male perché credevo nel principio di innocenza. E invece”.
E invece, cosa è accaduto?
“Mi hanno trasferito. Mi hanno impedito di avere ruoli operativi. Un comandante che non entra in carcere si sente svuotato. Io nella vita ho sempre fatto il comandante. Il carcere è casa mia. L’ho vissuta malissimo”.
Come ha reagito?
“Ho impugnato i provvedimenti al Tar e ho vinto. Il Dap è stato costretto a pagarmi il demansionamento. Per il resto, sono stato costretto a trasferirmi da Torino ad Asti, lasciando qui mia mamma, malata e sola. Ero io che la assistevo. Ho la 104. Ho fatto ricorso perché non mi togliessero l’alloggio di servizio di Torino, dove sta mia madre. L’ho vinto. E da Asti mi hanno trasferito ad Alessandria. Ancora più lontano”.
Quando è riuscito a tornare a Torino?
“Nell’ottobre del 2023, quando sono stato assegnato al Ferrante Aporti. Devo ringraziare la giustizia minorile perché mi ha aiutato in una fase delicata. Subivo accuse infamanti, eppure mi hanno proposto il Ferrante, prima della sentenza di assoluzione definitiva”.
Era stato lei a fare domanda?
“Sì. Ricordo il colloquio e quel senso di garantismo dal capo del personale. Mi disse: “l’indagine non ci riguarda, il processo non è ancora concluso, lei è un presunto innocente”. Così sono andato avanti, per merito. E ho riacquistato fiducia in me stesso”.
Come ha gestito le rivolte e le tensioni del Ferrante Aporti?
“Qui c’è un’utenza particolare. Ma su cui si può lavorare tanto. Moltissimi ragazzi sono arrivati soli in Italia. Pochi parlano l’italiano. A livello di educazione c’è da partire da zero. Per me è stato motivante. Sono stato un animatore salesiano. Dopo la rivolta di agosto, abbiamo cambiato il modo di gestire le attività scolastiche e ludiche. Lavoriamo in piccoli gruppi e sempre con un educatore. Ho chiesto rinforzi e ce ne hanno mandati otto”.
Meno poliziotti e più educatori è la ricetta?
“Sì, in un certo senso. La base di tutto è il rispetto delle regole. Solo lavorando sul rispetto si ottengono integrazione e civiltà. Da quando abbiamo cambiato metodo, abbiamo avuto delle scarcerazioni dovute al buon atteggiamento in carcere dei ragazzi. Si è innescato un circolo virtuoso. Alcuni sono proprio cambiati”.
É soddisfatto adesso?
“Provo questo sentimento quando vedo un ragazzo che ringrazia e abbraccia un agente. È il sur plus che si possa avere nella carriera. Sono contento di stare qui. Certo, il mio grado non è stato ancora ripristinato e spero di diventare primo dirigente. Ma con questi ragazzi stiamo facendo un lavoro prezioso”.











